Professione Reporter
IL MESTIERE DI RACCONTARE
 PINO SCACCIA
Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità
pinoscaccia@gmail.com
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mercoledì, 27 maggio 2009, 22:58
venerdì, 15 maggio 2009, 13:01
 Il fotografo olandese Hugh Van Es, che catturò alcune immagini simbolo della guerra in Vietnam, è morto venerdì ad Hong Kong all'età di 67 anni, in seguito ad un infarto e un' emorragia.Nel 1975, Van Es scattò una storica foto, diventata il simbolo della disfatta americana in Vietnam. L'immagine mostra una lunga fila di cittadini americani che sale sul tetto di un edificio di Saigon, per lasciare la città a bordo di un elicottero della Cia, chiaramente troppo piccolo per contenerli tutti. La foto diventò una metafora della disperata ritirata americana dal Vietnam e del fallimento della politica Usa nel paese. Van Es arrivò in Vietnam nel 1967 e cominciò a documentare la guerra come fotografo freelance. Nell' aprile 1975 -quando le truppe nord vietnamite si stavano avvicinando alla capitale- scattò la famosa immagine dal tetto dell'agenzia United Press International. L'edificio che si vede nella foto -spesso scambiato per quello dell'Ambasciata americana - è in realtà quello di una palazzina in cui risiedevano i funzionari della Cia e le loro famiglie.
mercoledì, 22 aprile 2009, 16:42
Dagli amici di lefteca.wordpress.com aprrendo questa notizia proveniente da Repubblica edizione di Palermo del 13 aprile. Pubblica su Facebook un link di repubblica.it: giornalista agrigentina, Olga Lumia, è stata licenziata dal sito con cui collaborava, Leggi ancora... Compagnidiviaggio
mercoledì, 01 aprile 2009, 23:28
Un giornalista d'opposizione è morto a Mosca in seguito a un'aggressione subita nella notte tra domenica e lunedì. E ieri sera, sempre a Mosca, è stato aggredito un dirigente di un'organizzazione per la tutela dei diritti umani. Sergei Protazanov, 40 anni, lavorava per Grazhdanskoe Soglasie ( Consenso civile), un quotidiano d'opposizione di Khimki, alle porte di Mosca. A quanto pare il giornale stava per pubblicare una sua inchiesta sui brogli nelle elezioni per il sindaco del primo marzo. Protazanov era invalido, aveva una protesi alla mano destra e dunque non era in grado di reagire all'aggressione, ha riferito Oleg Mitvol, numero due del servizio per il controllo dell'ambiente. Qualche ora dopo l'aggressione, la moglie del reporter "ha ricevuto una telefonata sul suo cellulare - ha raccontato Mitvol - Uno sconosciuto le ha dato l'indirizzo dove si trovava il marito. Lei lo ha portato in ospedale e dopo il check up, le hanno detto che era tutto a posto. Ma Protazanov una volta a casa è morto". Secondo le autorità locali, invece, l'uomo è morto per aver ingerito una dose eccessiva di sostanze stupefacenti, rinvenute in grande quantità nella casa del giornalista. In ogni caso è stata disposta l'autopsia. La pubblicazione del giornale è stata sospesa. In passato altri collaboratori di giornali locali di opposizione erano stati picchiati. Il caso più grave è quello di Mikhail Beketov, direttore del quotidiano Khimkinskaia Pravda ( la Verità di Khimki), brutalmente percosso a metà novembre: per un periodo è stato in coma, i medici gli hanno dovuto amputare una gamba ed è tuttora ricoverato in ospedale, dove ha continuato a ricevere minacce. L'avvocato di Beketov era Stanislav Markelov, il difensore delle cause cecene ucciso a Mosca a gennaio insieme alla giornalista Anastasia Baburova. Intanto anche un'altra pubblicazione dell'opposizione, Grazhdanskij Forum, ha chiuso, dopo che il suo direttore è stato pestato. Ieri sera un altro episodio ha suscitato preoccupazione e sdegno negli ambienti dell'opposizione russa. Lev Ponomariov, dirigente della Ong "Per i diritti umani", è stato aggredito da sconosciuti che l'hanno avvicinato con il pretesto di una sigaretta dopo che aveva parcheggiato l'auto per rincasare. Ricoverato in ospedale, è stato sottoposto a esami clinici e oggi è stato dimesso. Le sue condizioni non sono gravi. Repubblica.it
venerdì, 20 marzo 2009, 14:36
 “ Quello di Teheran è un regime corrotto che odia il proprio popolo . disprezza la vita umana e utilizza censura e terrore per vincere le prossime elezioni. Omidreza Mirsayafi, il blogger morto il 18 marzo nel carcere di Evin, è solo l’ultima vittima di una cieca politica di repressione attuata dal Governo Iraniano , che colpisce in particolare intellettuali, giornalisti, dissidenti impegnati a denunciare le pratiche di corruzione diffuse nel Paese “. Così inizia il documento diffuso oggi dall’esecutivo di Information Safety and Freedom, associazione internazionale per la libertà di informazione.“ Secondo said Hadi Ghaemi, portavoce di International Campaign for Human Rights in Iran – prosegue la nota di Isf – ‘ i leaders iraniani hanno relegato l’amministrazione del sistema carcerario a un gruppo di ufficiali incompetenti e crudeli che sta manifestando tutto il proprio totale disprezzo per la vita umana ‘.Il 6 marzo, il dissidente politico Amir Saran , condannato a otto anni carcere, è morto per ictus cerebrale e la famiglia accusa le autorità di non avergli prestato le cure necessarie, come nel caso di Omidreza. Il 16 marzo scorso, l’avvocato Nasser Zarfashan, noto per la sua attività a difesa dei giornalisti e degli scrittori, è stato bloccato all’aeroporto di Teheran mentre si recava a Bruxelles per un convegno sull’ecologia della politica. E’ proprio la denuncia degli atti di corruzione e di illegalità che fa scattare le manette in Iran “.“ Il 1 marzo scorso – si legge ancora nella nota dell’esecutivo di ISF - è stata arrestata la giornalista iraniano - americana Roxana Saberri : le autorità hanno detto di non conoscere in quale sezione del carcere di Evin sia chiusa e non si conoscono le accuse che le vengono rivolte. Il Regime Iraniano è stato il primo, assieme alla Cina, a mettere in atto una politica di censura del web in vasta scala. Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali le strutture sotto il controllo del Presidente Ahmadinejad stanno sottoponendo il Paese a una ondata repressiva. Solo negli ultimi giorni sono state arrestate 26 persone. E il boia di Teheran ha intensificato i suoi ritmi di lavoro . Il terrore è la più efficace arma di propaganda del regime “. Stefano Marcelli presidente Isf
giovedì, 12 marzo 2009, 18:53
Tirare una scarpa, anzi due, costa tre anni di galera. Naturalmente se il destinatario è il presidente degli Stati Uniti, mica pizza-e-fichi. Non valgono neppure le attenuanti della (profonda) provocazione e a Montazer al Zaidi, cronista irakeno focoso, ha detto pure bene perchè di anni ne rischiava quindici. Certo tirare una scarpa a Bush è gesto maleducato, non adatto a un reporter di classe. Doveva essere punito esemplarmente. Molto meglio così del resto di quello che è capitato a un collega afghano stamattina a Kandahar. Jawed Ahmad è stato ucciso da due killer in moto, per il comando americano sono stati i talebani. Solo che la sua storia è strana visto che proprio gli americani lo avevano arrestato l’anno scorso quale (secondo loro) amico dei talebani perchè aveva fatto il suo lavoro, cioè un’intervista a un mullah. Rinchiuso per undici mesi a Bagram, appena liberato aveva raccontato di soprusi e violenze annunciando di voler scrivere un libro sulla nuova Guantanamo. Non ha fatto in tempo. Personalmente tremo al pensiero di quella mia intervista a Kabul a due mullah, come sempre a livello personale non posso non rimanere scosso dall’ennesimo omicidio di un giornalista nell’isola di Mindanao, Filippine, dove tanto tempo ho trascorso durante il rapimento di padre Bossi. Nel frattempo altre vittime fra i reporter si segnalano negli ultimi giorni in India (due), Messico e Guatemala. Già venti giornalisti morti ammazzati nei primi due mesi e mezzo dell’anno. Ma che importa, erano solo testimoni. La Torre di Babele
giovedì, 19 febbraio 2009, 11:19
Il processo a Muntazer al-Zaidi, il giornalista iracheno che durante una conferenza stampa a Bagdad tirò le scarpe contro l'allora presidente americano George W.Bush si è aperto e subito è statp aggiornato al 12 marzo. Il presidente della Corte ha spiegato che per procedere, va chiarita la natura della visita in Iraq del capo di stato americano, in particolare se si trattasse di una visita ufficiale; la difesa contesta questo elemento, sostenendo che non era stata annunciata. Per risolvere la questione la corte ha deciso di chiedere chiarimenti agli uffici del premier iracheno, Nouri al-Maliki. Con vestito beige, camicia nera ed una bandiera irachena intorno al collo, il giornalista 38enne della tv al Baghdadiya è apparso impassibile. Il suo ingresso in aula è stato salutato dai familiari e dal pubblico presente con grida di gioia. Munthazer al-Zaidi è divenuto famoso in tutto il mondo e un eroe in patria per aver tirato il 14 dicembre scorso entrambe le scarpe contro l'ex presidente americano in missione di commiato nel Paese arabo: Bush riuscì a scansare i le «scarpe-proiettili», ma dovette incassare l'insulto di «cane», tra i più gravi per la cultura islamica. Zaidi, che da allora è sempre rimasto in carcere, dovrà rispondere dell'imputazione di 'aggressione a un capo di Stato straniero in visita. Corriere.it
giovedì, 19 febbraio 2009, 11:16
"“ Il provvedimento governativo sul carcere per i giornalisti che pubblicano intercettazioni secretate è già stato condannato da una sentenza della Corte di Strasburgo “, lo sostiene l’associazione internazionale per la libertà di stampa Information Safety and Freedom.La sentenza emessa ai danni della Francia dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo il 7 giugno del 2007 sul caso Dupuis – spiega ISF in una nota – ha già chiarito che la pubblicazione di intercettazioni e atti sottoposti a segreto, viola l’articolo 10 della Convenzione . Due giornalisti francesi erano stati condannati in Francia in primo e secondo grado per aver pubblicato alcune intercettazioni effettuate illegalmente dal Presidente Francois Mitterand e sottoposte a segreto istruttorio. La Corte osserva che quel libro riguardava una questione di rilevante interesse politico per l’opinione pubblica e che si trattava di un affare di Stato e osservava che l’articolo 10 della Convenzione "non lascia spazi a restrizioni della libertà di stampa nell’ambito di questioni politiche e di interesse generale “ ." Alla funzione della stampa di diffondere informazioni ed idee su questioni di pubblico interesse – continua la sentenza – si aggiunge il diritto del pubblico, di riceverle " . La Corte giudicava inoltre " sproporzionata " la pena inflitta ai colleghi di un pagamento di 7.622 euro di danni giudicando le sentenze dei tribunali francesi " un’ingerenza sproporzionata nella libertà di stampa e non necessaria in una società democratica " “ .La sentenza della Corte Europea - conclude ISF – appare una inequivocabile condanna preventiva delle norme previste nel Decreto Sicurezza in discussione nel nostro Parlamento e lo qualifica come illegale rispetto alla legislazione comunitaria. Invitiamo quindi le organizzazioni di categoria a voler intraprendere i dovuti passi giudiziari per sottoporre questo ennesimo atto di censura al giudizio della Corte Europea “.
mercoledì, 18 febbraio 2009, 12:41
Non sono ancora passati due mesi dall'inizio dell'anno e già quindici giornalisti sono stati uccisi nel mondo. In Pakistan sono state e tre le vittime, due in Sri Lanka e Somalia, una ancora in Iraq, così come in Paraguay, Messico, Madagascar, Kenya, Nepal, Russia e nella Striscia di Gaza. Rapporto
mercoledì, 18 febbraio 2009, 12:30
«Più di una settantina di giornalisti sono stati assassinati nell'ex Unione Sovietica dal 1992, quarantanove nella sola Russia. I numeri risultano ancora più elevati se si considera anche il martirio dei democratici. La mia nazione, la Bielorussia, non è riuscita ad evitare di pagare il tragico prezzo del cambiamento democratico. Ma dal momento che si tratta di un Paese piccolo e isolato – "un buco nero in Europa" – di casi del genere raramente si parla nei media internazionali. Nessuno ormai ricorda Anatol Maisenya, giornalista e uno dei primi oppositori del presidente bielorusso Alexander Lukashenko, "l'ultimo dittatore europeo". È morto in circostanze sospette in un incidente stradale nel 1996. Stesso destino per Dzmitry Zavadzki, l'ex cameraman personale di Lukashenko, messo in prigione a causa delle sue rivelazioni. Nel 2000 è scomparso e, né il suo corpo, né i suoi rapitori sono stati mai trovati. Un'altra giornalista conosciuta per le sue posizioni critiche nei confronti del presidente, Veranika Charkasava, e che lavorava come reporter investigativo per il quotidiano indipendente 'Salidarnasc', nel 2004 è stata pugnalata a morte e i suoi assassini non sono mai stati identificati. E ancora: Vasily Grodnikov scriveva per uno dei maggiori quotidiani dell'opposizione, 'Narodnaya Volia'. È deceduto nel 2005 in seguito alle percosse ricevute dai suoi aggressori che anche in questo caso non sono stati trovati. Sì, ci sono delle somiglianze tra i casi accaduti in Russia e in Bielorussia. Per esempio, entrambi i loro presidenti non hanno mai rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale riguardo agli episodi, né offerto le condoglianze per le vittime. Come in Russia, anche le autorità bielorusse non sembrano in grado né di fermare né di risolvere i crimini commessi ai danni degli attivisti democratici assicurando i colpevoli alla giustizia. In entrambi i Paesi si ha l'impressione che questa indifferenza da parte degli organi ufficiali sia quasi un segno dell'approvazione dell'assassinio come strumento adatto per mettere a tacere tutti quelli che cercano di difendere i diritti umani e la libertà di stampa. Gli eventi accaduti ultimamente a Mosca erano, inoltre, in parte connessi alla Bielorussia. Stanislav Markelov, 35 anni, era sposato con una donna bielorussa, aveva difeso dei cittadini bielorussi arrestati per aver protestato di fronte all'ambasciata della Bielorussia a Mosca e aveva preso parte a un seminario sui diritti umani a Minsk. Ma essendo una giovane giornalista che collabora con i "nuovi media", sono rimasta particolarmente colpita dal coraggio della venticinquenne Anastasia Baburova. L'omicidio della giovane giornalista e studentessa all'università statale di Mosca è stato messo in ombra da quello del più noto Markelov. Ma la sua tragica morte è altresì fonte di speranza ed ispirazione. A dispetto del pericolo che correva, era decisa a continuare a studiare e praticare il giornalismo investigativo. Aveva aderito a un partito politico dell'opposizione e lavorava per un quotidiano indipendente, che nel 2000 aveva visto altri suoi tre reporter uccisi. Aveva scelto di scrivere articoli e blog contro i misfatti perpetuati in uno Stato autoritario. È morta affrontando l'assassino del suo collega, diventando un'ispirazione per tutti noi. Non possiamo restare in silenzio. Dobbiamo alzare la nostra voce a difesa della democrazia e della libertà d'espressione. Non esiste arma in grado di impedire alle persone di cercare la verità e lottare per la libertà. Nonostante la lunga lista di persone uccise, imprigionate, picchiate e oppresse, in Bielorussia e Russia giovani giornalisti continuano ad unirsi ai mezzi di comunicazione indipendenti. Noi tutti dobbiamo impegnarci per realizzare quei cambiamenti che garantiranno che nessun altro essere umano in questa parte del mondo debba morire per aver tentato di cercare la verità». Irina V. Isf
mercoledì, 18 febbraio 2009, 12:24
Quattro agenti hanno prelevato davanti alla porta della sua casa a Tanta, nella regione del delta del Nilo, il blogger Diaa Eddin Gad. Il 23enne, che nel suo diario online (soutgadeb.blogspot.com) si definisce "una voce arrabbiata che ama il suo paese", dal web criticava la politica del presidente Hosni Mubarak, definendolo "un agente sionista" e ribattezzandolo "Ehud Mubarak", dal nome del Ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. «Dove lo stanno nascondendo? Lo avranno ucciso?», continua a chiedersi la madre, ma Gad è scomparso nel nulla. Un muro di silenzio circonda la vicenda e per questo anche gli avvocati dell'Arabic Network for Human Rights Information, che si stanno occupando del caso, temono che la soluzione non sarà rapida.
sabato, 24 gennaio 2009, 12:20
IL DIVIETO ISRAELIANO ALL'INGRESSO DEI GIORNALISTI NELLA STRISCIA DI GAZA
Nei bilanci che la tregua a Gaza impone – bilanci militare, politico, umanitario – ha un suo legittimo posto di rilievo il bilancio dell’informazione, oggi che la conoscenza della realtà si definisce, più che in ogni tempo passato, attraverso gli effetti di senso prodotto dalla sua rappresentazione mediatica. Ciò che leggiamo nei giornali, ma soprattutto ciò che vediamo in tv, decide in termini pressoché assoluti sul nostro convincimento di quanto sta accadendo nel mondo, e sulle ragioni e sui ruoli che vi sono coinvolti; però, quando la lettura o la visione non possono esprimersi su un flusso di “messaggi” che rappresentino la completezza dell’orizzonte di riferimento, allora la conoscenza sarà necessariamente parziale. O, peggio ancora, una falsa conoscenza.
Per quest’ultima crisi di Gaza, l’accusa che più si è avvertita è stata di una “rappresentazione distorta” dello scontro, cioè di un uso manipolatorio – pro Israele soprattutto, o pro palestinesi – delle informazioni comunque fruibili. Il diverbio in tv tra Santoro e l’Annunziata è apparso esemplare nella denuncia – fondata o no – della faziosità di un impianto narrativo (in questo caso, una faziosità pro palestinesi). Ma vi è un altro aspetto, della crisi della rappresentazione, che finora non è stato sufficientemente connotato: il divieto che Israele ha imposto ai reporter stranieri, di entrare nella Striscia, e perciò il prosciugamento delle fonti d’informazione, che costituiscono la linfa vitale per un corretto lavoro giornalistico (con altre parole: la linfa vitale per una conoscenza esaustiva della realtà).
La ragione ufficiale del divieto era la sicurezza, impossibile da garantire ai reporter durante l’esercizio delle operazioni militari. Formalmente, la motivazione appare fondata; ma il lavoro dei reporter di guerra è sempre accompagnato dall’assunzione di un rischio, e quando un esercito afferma di preoccuparsene c’è piuttosto, malamente celato, il proposito di non avere tra i piedi testimoni scomodi. Quale che sia l’obiettivo di una guerra, la sua realizzazione passa anzitutto attraverso la costruzione di un consenso dell’opinione pubblica; la gestione, e il controllo, delle informazioni sul campo ne sono condizione fondamentale.
Dopo il divieto, già nei primissimi giorni dei bombardamenti, i media rappresentati in Israele hanno presentato ricorso all’Alta Corte, che ha riconosciuta fondata la loro opposizione e ha ordinato l’apertura del passaggio verso Gaza. Ma l’esercito di Tel Aviv ha mantenuto l’ordine dato, e il risultato era che le notizie su quanto stava accadendo all’interno della Striscia venivano date da giornalisti acquartierati negli alberghi di Gerusalemme con reportage che sfruttavano le informazioni fornite da giornalisti palestinesi presenti a Gaza e dai “lanci” delle agenzie (se qualcuno si è fatto inquadrare dalle telecamere con il giubbotto antiproiettile e l’eroica affermazione “Vi stiamo parlando dal confine tra Israele e Gaza”, questo accadeva perché la televisione è “spettacolo” anche quando fa “informazione”, con l’inevitabile rischio che poi non si riesce più a distinguere lo spettacolo dall’informazione).
E però, rispetto ad altre situazioni di “guerra non vista”, questa volta una novità c’era, e molto significativa: nella Striscia blindata dagli ordini di Tzahal, lavoravano in piena libertà non soltanto i media palestinesi ma anche una grande rete televisiva internazionale, al-Jazeera. E il risultato è stato che le immagini trasmesse sulla guerra (e l’immagine, lo sappiamo, ha un impatto che la parola scritta riesce assai raramente a uguagliare) finivano per essere, sostanzialmente, quelle della tv araba, che operava certamente con ogni professionalità ma il cui stile informativo era – non poteva non essere – molto sensibile alle sofferenze e alle tragedie dei palestinesi della Striscia. Nei drammatici filmati che arrivavano da Gaza, abbiamo visto decine e decine di scene di civili feriti portati in ospedale, ma non una sola immagine di miliziani di Hamas o una sola scena che comunque ci desse conto della presenza di Hamas: Hamas, in questa guerra, è stato un fantasma, e la sua non-presenza nella definizione della realtà ha finito per fare dei soldati israeliani e delle sequenze drammatiche dei morti, dei feriti, delle distruzioni, gli unici attori di quanto accadeva, facendo cadere inevitabilmente su Israele – all’interno della costruzione del nostro comune immaginario - il 100 per cento degli orrori, delle colpe, delle responsabilità.
Bel risultato, per i censori che hanno creato questa situazione. Ma quando, ormai nella terza settimana dell’attacco, alcuni giornalisti non-arabi sono riusciti rischiosamente a entrare nella Striscia passando attraverso il confine egiziano di Rafah, il racconto ha trovato un riequilibrio drammatico: ha confermato la spietatezza dei bombardamenti e delle distruzioni, ma ha anche dato conto di una realtà sociale “interna” a Gaza (la frattura politica nel mondo palestinese, le violenze altrettanto spietate e spregiudicate di Hamas contro quanti non si piegavano alle sue provocazioni) che fino a quel momento era stata coperta dall’orrore unilaterale.
Tralasciando il bilancio politico – di cui abbiamo scritto in un post precedente – il bilancio mediatico porta dunque a queste conclusioni: 1) si procede sempre più speditamente nell’indirizzo di tenere lontani dal campo di battaglia i reporter, per condizionare e controllare i flussi informativi; 2) le nuove tecnologie, e la modernizzazione delle forme di intervento dei media che rappresentano “i nemici”, introducono però fattori imprevisti di disturbo, che gli strateghi dei comandi generali stanno già studiando in preparazione di contromosse efficaci; 3) quando i corrispondenti di guerra (il Giornalismo, in assoluto) riescono a star e a contatto diretto con la realtà, la rappresentazione della guerra (della Realtà, in assoluto) ritrova una sua credibilità, che nessuna metodica di infotainment riesce a inquinare; 4) tuttavia l’orrore dell’immagine – i tank, le rovine che riempiono lo schermo, il dolore urlato della morte innocente – si conquista una netta egemonia sulla riflessione complessiva di quanto accade, sbilanciando un delicato equilibrio dovuto, e ciò per esigenze primarie di uno “specifico” mediatico dominato ormai (più che in ogni altro tempo passato) dal compiacimento splatter della Televisione Domina Assoluta più ancora che per eventuale faziosità ideologica o politica. Mimmo Candito (La Stampa)
giovedì, 22 gennaio 2009, 15:46
Il quotidiano russo 'Tvoi Dien' (Il tuo giorno) ha pubblicato in prima pagina la foto del presunto killer che il 19 gennaio ha freddato in pieno centro e in pieno giorno a Mosca l'avvocato Stanislav Markelov, 34 anni, e Anastasia Baburova (25), collaboratrice di 'Novaia Gazeta', lo stesso giornale per cui lavorava Anna Politkovskaia. Un duplice omicidio che ha sollevato proteste anche all'estero, ma oggi il ministero degli esteri russo ha parlato di strumentalizzazione politica della morte della giornalista. L'immagine pubblicata dal giornale è stata ripresa da una videocamera della stazione della metropolitana Kropotinskaia tre minuti dopo il duplice delitto. L'uomo, magro e di alta statura, è ritratto mentre cammina in un corridoio della stazione con un berretto e il bavero rialzato della giacca che lasciano intravedere solo gli occhi. Il quotidiano ha lanciato un appello ad eventuali testimoni promettendo una ricompensa di entità non precisata. Gli inquirenti avevano negato l'esistenza di testimoni oculari dei due omicidi e stanno continuando l'esame di tutte le videocamere della metropolitana e di quelle degli edifici vicini al luogo del delitto. (Guardate quanta gente c’è che lo osserva)
martedì, 20 gennaio 2009, 12:59
L'erede di Anna Politkovskaya è stata uccisa in un agguato insieme a un avvocato icona della lotta per i diritti civili in Cecenia. Anastasia Baburova, venticinquenne praticante della Novaya Gazeta, è morta nell'ospedale in cui era stata portata con una ferita d'arma da fuoco alla testa. Secondo la polizia è rimasta vittima di un attentato il cui vero obiettivo era Stanislav Markelov, l'avvocato trentaquattrenne che si era battuto contro il rilascio anticipato del colonnello Yuri Budanov, l'ufficiale più alto in grado a essere condannato per crimini di guerra da un tribunale russo. Markelov aveva appena finito di parlare con i giornalisti quando un sicario gli ha sparato alla nuca e ha poi fatto fuoco contro la giovane giornalista, autrice di numerosi reportage sul crescente razzismo e ultranazionalismo in Russia. Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov aveva rappresentato la famiglia di Elza Kungayeva, una diciottenne cecena stuprata e uccisa da un gruppo di soldati russi. Nel 2000 l'ufficiale era stato arrestato, incriminato per il delitto e condannato a 10 anni, ma giovedì scorso era tornato in libertà nonostante la campagna condotta dall'avvocato contro il rilascio. L'uccisione di Elza era diventata il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe e la liberazione del colonnello era stata accolta con un'ondata di proteste. Il padre della ragazza, minacciato di morte, è costretto all'esilio in Norvegia. Corriere.it
venerdì, 16 gennaio 2009, 16:04
Il bilancio del 2008 si è chiuso con 67 vittime fra i cronisti, e non è neppure l’anno peggiore. Quest’anno, per come è cominciato, rischia di essere molto più doloroso. I reporter uccisi in appena due settimane sono già sei: due in Pakistan, uno in Nepal, Sri Lanka, Somalia e Striscia di Gaza. Il mondo ormai è talmente malato che girandolo per raccontare la faccia difficile assomiglia sempre più a un suicidio. E non solo fra i giornalisti. Con grande dispiacere ho letto di un vecchio missionario piemontese, Giuseppe Bertaina, ucciso selvaggiamente in uno dei tanti slam di Nairobi. Conosco quelle realtà, entrare lì dentro è come aprire la porta dell’inferno. E c’è ancora chi ha il coraggio di andare ad aiutare.
venerdì, 16 gennaio 2009, 12:44

Un giovane dello Sri Lanka accende una caldela di fronte al ritratto di Lasantha Wickramatunga, il giornalista ucciso a colpi d'arma da fuoco a Colombo. Era il direttore di un popolare giornale dello Sri Lanka, il "Sunday Leader", che da sempre critica la guerra contro i separatisti Tamil. Lo scorso luglio i giornalisti hanno manifestato di fronte alla residenza presidenziale per chiedere la fine di quella che definiscono «cultura dell'impunità». Dall'agosto di tre anni fa, infatti, nello Sri Lanka sono stati uccisi almeno 13 giornalisti, mentre molti altri hanno subito attacchi di varia natura.
sabato, 20 dicembre 2008, 22:52
I cronisti fanno il loro mestiere e riportano quello che i politici dicono per farlo sapere al Paese. L’eventuale imbarbarimento del confronto politico è semmai da ascrivere al comportamento dei politici, spesso fuori misura. Difficile mettersi in mezzo a un litigio tra innamorati: si rischia di rimediare un ceffone. E anche seguire la cronaca bianca a Venezia diventa sempre più un susseguirsi di malagrazie tra il presidente della Regione Giancarlo Galan, che definisce "mafiosi" i giornalisti che spiegano che la mafia è sbarcata da tempo nella regione, e il sindaco Massimo Cacciari che oggi promette di "togliere la pelle" ai giornalisti non appena avrà il tempo di scrivere un libro contro di loro. La colpa sarebbe quella di riferire le battute di Galan. Cioè: siccome riporti le frasi barbare di un politico eletto alla massima carica regionale sei responsabile dell'imbarbarimento della politica. Il problema quindi non è il politico che le frasi le dice, è il cronista che riporta quello che dice il presidente della giunta regionale. Che se non le vede riportate urla alla censura. E se il cronista le riferisce si sente dare del barbaro dal sindaco. Unione Nazionale Cronisti Italiani, Gruppo Cronisti Veneto e Sindacato Giornalisti del Veneto sottolineano che l’imbarbarimento, invece, è proprio questo prendere di mira i cronisti per evitare di dover rispondere del proprio operato. Il sindaco Cacciari se ne faccia una ragione: non è più un filosofo, fa parte, a tutti gli effetti della “casta” dei politici e come tale non può dare lezioni e certificati di buona condotta ai giornalisti. E’ lui che deve essere sottoposto al vaglio e alla critica della cronaca, se ne renda conto e vi si sottoponga con filosofia. Unione Cronisti
venerdì, 19 dicembre 2008, 12:08
Leo Mila, 35 anni, presentatore di Radyo Natin, è stato ucciso, davanti all'entrata della stazione radio, da un killer che lo ha crivellato di proiettili nella città di San Roque (centro del Paese). La direttrice della radio ha dichiarato che il giornalista aveva recentemente animato un dibattito sulle anomalie seguite a una colletta di denaro in una scuola locale. Il giornalista inoltre aveva ricevuto minacce per aver denunciato la corruzione dilagante nella città. Leo Mila presentava tutte le mattine un programma che dava spazio alle lamentele dei cittadini. Il suo assassinio avviene a meno di un mese da quello di Aristeo Padrigao, presentatore di Radyo Natin, nella città di Gingoog City (nord dell'isola di Mindanao), e noto per programmi contro la corruzione, ucciso il 17 novembre scorso da due killer a bordo di una motocicletta.
venerdì, 19 dicembre 2008, 11:24
Le autorità militari americane hanno rifiutato di eseguire la decisione di una corte di giustizia irachena che aveva ordinato la liberazione del fotografo dell'agenzia Reuters, Ibrahim Jassam. Secondo il portavoce Neal Fisher, l'esercito americano non è tenuto a eseguire gli ordini dei tribunali iracheni e per di più considera il fotografo come una "minaccia alla sicurezza". Ibrahim Jassam è stato arrestato il 1° settembre 2008, nella sua abitazione, da militari americani e iracheni e posto in detenzione nel Camp Cropper (vicino all'aeroporto di Baghdad). Il 30 novembre scorso la Corte criminale centrale dell'Iraq, aveva annullato il procedimento giudiziario in corso verso il giornalista e ordinato la sua liberazione.
venerdì, 19 dicembre 2008, 11:22
La trama della vicenda sembra presa di peso da un romanzo poliziesco dell’America degli ’20, di quelli di Dashiell Hammet. Solo che al posto del detective della Pinkerton nel caso cinese c’è un giornalista investigativo Guan Jian sparito, probabilmente rapito e forse ucciso, per una sua indagine su un caso di corruzione in un affare immobiliare nella provincia carbonifera settentrionale dello Shanxi. Qui dove in incidenti di miniera muoiono ogni anno centinaia di persone, la corruzione è merce di scambio comune per fare chiudere un occhio anche solo sulla quantità di carbone che esce dai pozzi: meno è registrato ufficialmente, più sono i profitti in nero. Il denaro sporco fino a ieri, con i prezzi dell’energia alle stelle, erano fiumi e ora cercano di riciclarsi nelle attività immobiliari. In questo mare scuro è sparito Guan Jian. È il secondo giornalista in poche settimane a essere coinvolto in vicende del genere e sono decine i cronisti cinesi messi sotto pressione o a rischio di vita per il loro lavoro. Guan Jian, cronista di un piccolo giornale su Internet è sparito dal 1 dicembre. Le ultime notizie su di lui vengono dai video di sorveglianza della pensione dove alloggiava. Riprendono cinque uomini che lo caricano di peso su un SUV scuro, secondo le rivelazioni di ieri di ' Notizie di Pechino', il giornale che ha sta conducendo un’indagine sula vicenda. Dal 1 dicembre Guan Jian non ha preso più contatti con la famiglia. Il giornalista era a Taiyuan, capoluogo dello Shanxi per un’inchiesta su una presunta transazione illegale di suoli tra immobiliaristi e funzionari locali. Solo alcuni giorni prima, Li Min, giornalista della potente televisione centrale cinese CCTV, era stata arrestata nella sua casa di Pechino da agenti venuti dallo Shanxi. La accusavano di avere ricevuto bustarelle durante una indagine nella loro provincia. È il primo caso di autorità provinciali che effettivamente mandano agenti a Pechino contro giornalisti della capitale. Secondo il legale della famiglia Li quello era stato un “un terrificante abuso di potere per mettere un bavaglio sulla bocca della cronista”. All’inizio dell’anno il capo di un distretto della provincia settentrionale del Liaoning fu cacciato dal suo posto dopo aver annunciato che avrebbe mandato i suoi agenti ad arrestare un’altra giornalista per incuterle timore e indurla al silenzio. A gennaio Wei Wenhua, 41anni, che tentava di riprendere con il suo telefonino un momento di protesta tra dei contadini e i funzionari di un villaggio della provincia centrale dello Hubei, era stato ucciso di botte. L’anno scorso, sempre nello Shanxi, un cronista al suo primo incarico, Lan Chengzhang, era stato percosso fino alla morte durante un’inchiesta sulla sicurezza delle miniere. Anche in quel caso la scusa delle autorità locali fu che Lan tentava un ricatto.
lunedì, 15 dicembre 2008, 21:01
C’è chi lo ha proposto per il Pulitzer, chi scende in piazza per lui, gli avvocati fanno la fila per difenderlo, certamente Muntazer ormai è un eroe. Intanto, per dire la mia, il Pulitzer non glielo darei perchè ha fallito. Bush sveltissimo ha evitato la scarpata e dunque come si fa a premiare uno che non l’ha preso? Naturalmente sto parlando di Muntazer al-Zaidi, ventottenne reporter della televisione Al-Baghdadiya che ha salutato a suo modo la visita (finale) del presidente americano. Il video impazza sul web e dunque l’avrete già visto. Gli sciiti lo stanno osannando perchè quel semplice gesto (che per la cultura araba è il massimo dell’insulto) rappresenta da solo, dicono, il pensiero del popolo iracheno sull’occupazione. Non c’è dubbio che il giovane collega sia coraggioso. Adesso lo prendono per pazzo e la minaccia arriva fino a sette anni di carcere per un gesto, tutto sommato, di libertà. Al di là delle opinioni se tutti i giornalisti difendessero così il proprio Paese la democrazia ne guadagnerebbe. Ma la vera notizia, per concludere, è un’altra. Che poi Bush è andato a Kabul e lì nessuno gli ha tirato scarpe. Anzi, neppure un calzino. BlogTg1
domenica, 14 dicembre 2008, 23:01
Fuori programma a Baghdad per George W. Bush. Durante la conferenza stampa congiunta con il premier iracheno Nuri al Maliki nella sua residenza un giornalista iracheno ha lanciato le scarpe contro il presidente Usa che e' riuscito a schivarle. L'uomo, portato via dalle forze di sicurezza, era seduto in terza file e mentre i due leader si stringevano le mani davanti alle telecamere, si e' alzato in piedi gridando rivolto a Bush "questo e' il tuo bacio d'addio, cane" e lanciando subito dopo una scarpa dopo l'altra verso il presidente Usa.
giovedì, 11 dicembre 2008, 13:43
Stavolta non è un viaggio lungo e non è neppure un viaggio di lavoro. Sto per infilarmi nel maltempo che devasta Roma per andare a Prato. Domani parteciperò a un convegno sulla figura di Curzio Malaparte giornalista. Cioè, partendo da lui - grande inviato in giro per il mondo difficile - si arriverà a discutere della professione oggi. Cosa è cambiato? Vado a parlarne volentieri, insieme a illustri colleghi, perchè intanto è cambiato qualcosa di fondamentale da allora: di questo mestiere non si parla più, come se fosse già sepolto. E invece si può ancora salvare: dipende da noi.
sabato, 22 novembre 2008, 11:55

E' morto a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Aveva 78 anni, essendo nato a Roma il 4 marzo 1930. Militante del Partito comunista, poi di Rifondazione comunista con Fausto Bertinotti, Curzi è stato storico direttore del Tg3 alla fine degli anni '80, poi direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista "Liberazione". Attualmente era consigliere di amministrazione della Rai.
martedì, 18 novembre 2008, 12:57
Si è aperto ieri e si terrà a porte aperte il processo per l'omicidio della giornalista Anna Politkovskaya. Un fatto che dovrebbe dare della Russia un'immagine di trasparenza, secondo le autorità. Solo un primo passo dell'inchiesta che deve essere ancora conclusa, secondo la famiglia: alla sbarra ci sono solo due autisti ceceni e due ex poliziotti. E' sfuggito misteriosamente alla cattura il presunto autore materiale del delitto e nulla si sa del mandante che, chiaramente, voleva far cessare gli articoli della giornalista che denunciava i soprusi delle autorità russe e del governo installato dal Cremlino in Cecenia. L'unica indiscrezione sull'argomento è uscita dal Procuratore generale Yurij Chajka, che a un certo punto aveva annunciato l'arresto di dieci sospetti (poi quasi tutti scarcerati) e l'individuazione di un mandante estero. Si trattava di Boris Berezovskij, il magnate fuggito in Gran Bretagna dopo aver rotto con Vladimir Putin che nell'immaginifico teorema del Procuratore aveva ordinato l'omicidio per screditare il governo russo. Un omicidio avvenuto proprio il giorno del cinquantaquattresimo compleanno di Vladimir Putin, il 7 ottobre 2006. Quasi che qualcuno gli avesse voluto fare un regalo. segue
Il figlio diventa improvvisamente prudente
In fin di vita un altro giornalista russo aggredito
venerdì, 14 novembre 2008, 19:38
MOSCA - Mikhail Beketov, giornalista del quotidiano russo 'Khimkinskaia Pravda' e' stato picchiato a Mosca ed e' ora ricoverato in prognosi riservata. Lo riferisce l'agenzia Ria Novosti. Beketov e' autore di articoli fortemente critici sulla speculazione edilizia in atto in un quartiere della capitale, con grattacieli che hanno usurpato boschi e aree verdi; era gia' stato vittima di un'aggressione l'anno scorso. All'inizio dell'anno era stato querelato per diffamazione contro i costruttori edili. (Agr)
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