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La notizia è questa: a Roma, una giovane rumena è stata aggredita e stuprata da un 39enne italiano. La ragazza faceva le pulizie in un call center. Ad aggredirla alle spalle è stato il convivente della responsabile della cooperativa dove la giovane rumena lavora. Maria - chiamiamola così - aveva appena iniziato a fare le pulizie quando il suo violentatore l'ha aggredita. Minacciandola con un taglierino, l'ha costretta a subire violenza sessuale. Dopo la violenza, Maria ha chiesto aiuto in un bar vicino, è arrivata la polizia, l'aggressore è stato facilmente individuato ed arrestato. Questa la notizia. Adesso aspettiamo, vogliamo vedere quanto spazio avrà nei tg, nei gr e nei giornali che troveremo domani in edicola. Una ragazza rumena violentata da un italiano, non una italiana violentata da un rumeno. Si accettano scommesse sullo spazio che sarà riservato alla notizia di Roma. Se finirà come pensiamo, chiediamo scusa a Maria. Articolo21
Una confidenza di troppo con una giornalista. E sul candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama piomba l'accusa di «sessismo». Tanto da costringerlo alle scuse. Tutto comincia a Detroit quando il senatore dell'Illinois avvicinato da una reporter di un'emittente locale, Channel 7, di nome Peggy Agar che gli chiedeva che cosa avrebbe fatto per i lavoratori dell'auto, rispondeva alla giornalista «Un secondo dolcezza» (guarda il video), cosa giudicata decisamente inappropriata per il severo codice di comportamento richiesto ai politici americani. La frase ripresa dalle tv e dai siti internet, costringeva il candidato democratico a telefonare successivamente alla reporter per fare le sue scuse. «Salve Peggy, diceva nella telefonata. Mi scuso due volte, una per non aver risposto alla tua domanda e l'altra per aver utilizzato la parola «dolcezza». Lo faccio a volte con ogni tipo di persona, ma, ti assicuro, non voleva essere un segno di mancanza di rispetto». Come sempre capita le scuse attiravano ancora di più l'attenzione sul linguaggio usato da Obama facendo chiedere a molti commentatori se il suo fosse stato il comportamento adatto a un politico che aspira alla presidenza.
La «mascalzonata» finisce in tribunale. Marco Travaglio, che parla appunto di mascalzonata nei suoi confronti, ha deciso di querelare il vicedirettore di Repubblica, Giuseppe D'Avanzo. L'annuncio lo ha dato lo stesso Travaglio, dopo che il collega lo aveva attaccato per il suo metodo di lavoro ritorcendo lo stesso tipo di argomentazioni, usate contro il presidente del Senato, Renato Schifani, contro di lui. Oggi Travaglio interviene nuovamente e dice: «Ciò che non è consentito a nessuno e nemmeno a D'Avanzo è imbastire una ripugnante equazioni tra le frequentazioni palermitane del palermitano Schifani e una calunnia ai miei danni che - scopro ora - sarebbe stata diffusa via telefono da un misterioso avvocato». La circostanza, spiega Travaglio (in particolare il pagamento di un albergo per le vacanze da parte di Michele Ajello, ndr) «è totalmente falsa e chi l'ha detta e diffusa ne risponderà in tribunale». La vicenda si affida dunque sempre più alle carte bollate. Nei giorni scorsi era stato proprio Schifani a dare mandato ai suoi avvocati di querelare Travaglio. Che palle. Gli internauti Chen Daojun, Shi Jianhua, Xin Wu e Lin Yong sono detenuti dal 9 maggio 2008 per aver pubblicato sul Web degli articoli che trattavano della marcia di protesta organizzata cinque giorni prima nella città di Chengdu - capitale della provincia del Sichuan - contro la realizzazione di una fabbrica chimica nella regione. Chen Daojun è stato accusato di "incitamento alla sovversione del potere dello Stato". Secondo un rappresentante della polizia di Chengdu, Shi Jianhua, Xin Wu e Lin Yong sono stati invece arrestati con l'accusa di aver "utilizzato Internet per diffondere informazioni di poca importanza ma tali da poter incitare a manifestazioni illegali". Attualmente sono 52 i cyberdissidenti in carcere nel Paese.
Ashok Sodhi, 45 anni, fotoreporter per il quotidiano anglofono 'Daily Excelsior' è stato ucciso da un proiettile che lo ha colpito alla testa mentre stava coprendo una operazione militare nella città di Samba (stato di Jammu e Cachemire), una zona in cui si stanno svolgendo da giorni dei violenti combattimenti tra esercito e gruppi islamici armati che traversano regolarmente la frontiera indo-pachistana. Il conflitto in Kashmir, assolutamente sconosciuto in Occidente, ha fatto negli ultimi venti anni più di 60mila vittime.
Michel Kilo, 68 anni, giornalista e scrittore, detenuto nella prigione di Adra, a Damasco, è una delle figure emblematiche nella lotta per la democrazia in Siria. Arrestato il 14 maggio 2006 dopo aver firmato alcune comunicati siglati da intellettuali siriani e libanesi che chiedevano una riforma delle relazioni tra i due Paesi confinanti, è stato condannato, nel maggio 2007, a tre anni di prigione con l'accusa di "indebolire il sentimento nazionale", "pubblicare informazioni false" e di "accendere le tensioni etniche e razziali". Le autorità siriane hanno finora sempre rifiutato di accorciare la sua pena. Dal momento della sua condanna più di 200 redazioni di giornali e associazioni internazionali per la libertà di stampa nel mondo hanno firmato petizioni per la sua liberazione e affinché il suo caso non scivolasse nell'oblio.La televisione libanese filogovernativa al-Mustaqbal (il Futuro) ha ripreso ieri le trasmissioni, dopo essere stata costretta venerdì scorso alla chiusura dai miliziani sciiti di Hezbollah e di Amal. Le prime immagini apparse al momento della riapertura sono state quelle della bandiera libanese e dei miliziani armati per le strade di Beirut, mentre sembra che l'audio non funzioni ancora. La tv, una radio ad essa legata e il quotidiano omonimo sono di proprietà di Saad Hariri, leader della maggioranza governativa libanese. Negli studi di al-Mustaqbal, situati nella zona est della capitale, è stato recentemente appiccato un incendio in cui è andata persa buona parte dell'archivio. La responsabilità del gesto è stata attribuita a Hezbollah e Amal.
"Chissà come deve essere poter scrivere un articolo senza il terrore di essere inseguito dalla polizia" mi diceva qualche tempo fa un amico che lavora per il quotidiano egiziano Al-Badil, fondato da Muhammad Sayyed Said, del Centro di Studi Strategici e Politici di Al-Ahram. Il giornalista egiziano deve obbedire, limitarsi a pubblicizzare il suo presidente. La linea rossa s'è allargata negli ultimi tempi, e molti giornalisti che hanno osato superarla sono finiti dentro. Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno condannato la sentenza e l'uso da parte del governo egiziano dello strumento giudiziario per violare la libertà di stampa: nel 2007, ben undici giornalisti sono stati sbattuti in cella, cinque dei quali redattori di quotidiani indipendenti. segue
Baghdad, hotel Palestine, quindicesimo piano, stanza 1502, 8 aprile 2003: i carri armati americani hanno appena conquistato il centro della capitale. José Couso e’ spagnolo, lavora per Telecinco. Reporter di vecchia data, di guerre ne ha viste tante. Prende la telecamera, va sul terrazzino. Il carro armato si gira, spara una cannonata, in alto. Couso muore. Muore anche un altro operatore, Taras Protsyuk, 35 anni, della Reuters. Ha sparato un ragazzino, appena ventenne, dice che ha scambiato la telecamera per uno stinger. Forse e’ stato accecato dal sole. Il Pentagono spiega: avevamo detto che stare in Iraq e’ pericoloso. Il giorno prima avevano perso la vita altri due giornalisti, uno spagnolo e un tedesco, colpiti da un missile a sud di Baghdad. E altri due il giorno prima ancora. Nove reporter morti in poco piu’ di una settimana. Ma è solo l’inizio di un’autentica strage. Il 17 agosto è in corso una rivolta al carcere di Abu Ghraib. E’ molto pericoloso avvicinarsi e poi ci vogliono i permessi. Per tutti va Mazen Dana, 43 anni, palestinese, padre di quattro figli. Lavorava anche lui per la Reuters. Era riuscito ad avvicinarsi, a documentare. Aveva finito di girare quando un carro armato gli ha sparato una cannonata. Una morte senza ragione. Si dispera Magle Shikuri, il suo producer: “Aveva parlato per dieci minuti con quel carrista, sapeva chi era, perchè lo ha ucciso?” Il comando americano parla ancora genericamente di errore. Ma gli errori si ripetono: prima un giornalista russo poi un australiano. Hotel PalestineNei giorni scorsi l’autorità giudiziaria cinese ha condannato a tre anni e mezzo di carcere Hu Jia. Tra le motivazioni della sua condanna la principale riguarda la sua attività di giornalista e l’essersi permesso, attraverso alcuni articoli ed interviste di criticare il governo cinese, anche in relazione ai prossimi giochi olimpici. Tale condanna è inaccettabile per chiunque abbia a cuore i valori della libertà di informazione e che sono, per altro, racchiusi anche nella Dichiarazione dei diritti umani, approvata dall’ONU, esattamente 60 anni fa. Questa condanna è ancora più grave perché arrivata alla vigilia dei giochi olimpici e dei tanti impegni assunti anche dal vostro governo in materia di libera circolazione delle opinioni e dei giornalisti, almeno in occasione di questi appuntamenti. Per queste ragioni vi chiediamo di procedere, prima dei prossimi giochi olimpici alla liberazione di Hu Jia e degli altri giornalisti che sono ancora in carcere per avere solo tentato di fare il loro mestiere. Firma l'appello di Articolo21 Jorge Mérida Pérez, giornalista del quotidiano ‘Prensa Libre’, uno dei più prestigiosi del paese, è stato assassinato da un uomo armato che ha fatto irruzione nella sua casa di Coatepeque mentre lavorava alla stesura di un articolo. Secondo la polizia, l’aggressore si è avvicinato al reporter sparandogli mentre era al computer. Mérida, 40 anni, aveva denunciato recentemente di aver ricevuto minacce di morte, ma senza fornire dettagli. “Questo è l’ennesimo attentato alla libertà di stampa in Guatemala” ha detto il procuratore per i diritti umani Sergio Morales.
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Dopo l'ennesima aggressione di un giornalista da parte delle guardie del corpo di un ministro, l'Osservatorio delle Libertà dei giornalisti iracheni ha deciso di pubblicare una lista nera dei responsabili delle violenze. E' quanto ha annunciato lo stesso osservatorio, un'Ong che opera in Iraq dopo la caduta del regime iracheno nel 2003. In un comunicato citato oggi dall'agenzia stampa irachena Aswataliraq, l'Osservatorio precisa che "la lista conterrà i nomi di esponenti politici, militari, leader di milizie e ministri che direttamente oppure attraverso le loro scorte aggrediscono o minacciano i giornalisti". Nel comunicato - che invita i giornalisti a boicottare le personalità che verranno indicate nella lista - viene fatto cenno all'ennesima aggressione di cui è stato oggetto due giorni fa un giornalista iracheno. Safaa al Issa, corrisponente della radio irachena Sawa, durante i lavori di un convegno tenuto a Bassora. Al Issa sarebbe stato aggredito dalla scorta del sottosegretario del ministro della Cultura Jaber al jaberi. "Le guardie armate - ha denunciato Al Issa - dopo avermi picchiato mi hanno messo in testa un busta di plastica prima di portarmi in una stanza isolata".
Il blog di Mehdi Mohseni è stato bloccato senza alcuna spiegazione dalle autorità. Un articolo pubblicati il 1° marzo u.s. potrebbe essere all'origine della nuova censura. Nell'articolo si tratta di inquinamento nella provincia del Khuzestan (sud del Paese) da dopo gli anni 1980. Secondo l'articolo "tale inquinamento è senza precedenti e le condizioni dell'aria sono talmente difficili da costringere varie amministrazioni locali a chiudere le scuole". Sul suo blog, Mehdi Mohseni rimprovera alle autorità di non far nulla per informare i cittadini dei pericoli che stanno correndo e di aver abbandonato un progetto, nominato "cintura verde", che avrebbe permesso di ridurre i guasti del 50%. L'attuale blocco del blog è il quarto dal 2004. Anche negli altri casi le motivazioni andavano ricercate nelle critiche circostanziate ai governanti iraniani.Reporters sans frontières denuncia la libertà estremamente parziale concessa ai media birmani dall'ufficio della censura militare, durante la gestione della crisi umanitaria che ha colpito il Paese. Secondo quanto ha riferito un giornalista basato a Rangoon, dallo scorso 8 maggio questo ufficio ha autorizzato i media birmani a parlare della catastrofe naturale senza tuttavia permettere, ad esempio, che venisse evocato il ruolo dei monaci negli aiuti offerti alle vittime e nella ricostruzione del Paese. Lo scorso 9 maggio, una coalizione di tre gruppi dell'opposizione, tra i quali vi è l'Alleanza di tutti i monaci birmani, ha lanciato un appello alla comunità internazionale, criticando la mancanza di cooperazione delle autorità ed invitando gli stranieri ad intervenire immediatamente, "senza aspettare il permesso della Giunta militare". "L'esercito non fornisce un sostegno sufficiente alle vittime", ha aggiunto l'Alleanza "anche se vuole gestire da solo la ridistribuzione degli aiuti materiali e finanziari internazionali". Reporters sans frontières chiede nuovamente alle autorità del Paese di aprire le frontiere nazionali ai giornalisti stranieri e agli aiuti umanitari internazionali.
Si è tenuta a Pescara la prima edizione del Premio nazionale Enzo Biagi per il giornalismo, la democrazia e la legalità. Sette le categorie premiate: giornalisti, trasmissione, impegno per la legalità, documentari, associazione, libro. Numerosi gli ospiti e ricco il programma della giornata che si concluderà con la presentazione del libro Gomorra. "Il Premio Enzo Biagi è stato concepito per divenire un evento permanente e vitale, ovvero per essere capace di continuare l’eredità umana e l’idealità sociale e civile di Enzo Biagi, una delle personalità più nitide della cultura italiana del nostro secolo, che si è sempre battuto per un giornalismo libero e foriero di verità. Il largo consenso che il Premio ha raccolto fin dal primo annuncio, ma anche l’adesione personale di esponenti di primo piano, dimostrano come sia stato recepito il nostro messaggio. Un richiamo che abbiamo volutamente rivolto anche alle Istituzioni per sollecitare quel senso di responsabilità per la cultura e la memoria, per la libertà e la democrazia, per la tutela dei valori e delle tradizioni del miglior giornalismo italiano, ovvero di quei principi che soggiacciono alla società umana, e che sono accomunati da un senso di “urgenza collettiva”. Il giornalismo non dovrebbe mai allontanarsi dalla società cui si riferisce: il suo senso di responsabilità muove senz’altro dalla parte più lodevole del nostro passato e passa proprio per la sua presenza e la sua capacità di evocare una parte del futuro di questa nostra Italia “Cara Italia, perché giusto o sbagliato che sia questo è il nostro Paese con le sue grandi qualità ed i suoi grandi difetti”. Tutti i premiati
Da conduttore televisivo a piromane. Francesco Nassi, il fiorentino di 37 anni arrestato in flagranza di reato la notte scorsa, è ritenuto dagli inquirenti l'autore della distruzione di almeno 63 auto bruciate a Firenze nelle ultime settimane. Benestante, figlio di un imprenditore, è piantonato in ospedale con l'accusa di essere lui l'incubo dei venti raid compiuti in città in queste ultime settimane. Gli investigatori gli erano addosso da giorni. Faceva parte di una lista di 12 sospettati, tutti con precedenti specifici. La sua posizione è diventata più interessante delle altre quando l'istituto di vigilanza privata Securtal ha procurato agli inquirenti un filmato del 21 marzo scorso. Le immagini, pur sfuocate, mostrano un uomo che armeggia con taniche in un autolavaggio della periferia; poi si vede un'auto che si allontana prima di un incendio di vetture in sosta. E' una Saab, proprio come quella di Nassi. segue
A Beirut questa mattina la situazione sembrava tornata alla calma: la zona occidentale della città, teatro venerdì notte di una violenta battaglia tra hezbollah e i sunniti del partito governativo al-Mustaqbal, viene presidiata in forze dall'esercito, mentre dalle strade sono quasi scomparsi i miliziani sciiti che fino a venerdì pattugliavano delle aree occidentali. Ma in seguito sei persone sono state uccise e una ventina ferite (secondo fonti ospedaliere) quando miliziani sciiti hanno aperto il fuoco su un funerale di un sunnita ucciso venerdì. Inoltre l'emittente armena Radio Sevan è stata data alle fiamme.
La Cina non garantità libertà su Internet durante le Olimpiadi di Pechino, anzi potranno esserci interventi seri di censura su alcuni siti. Malgrado il Comitato organizzatore dei Giochi avesse assicurato "piena libertà"' ai media sull'evento, il ministro per la tecnologia Wan Gan ha detto di non avere "informazioni chiare su quali siti siano da chiudere o da filtrare, ma per proteggere la gioventù ci saranno severi controlli su siti considerati dannosi". "Del resto - ha concluso - in tutti i Paesi ci sono limitazioni all'accesso ad alcuni siti".
Miliziani di Hezbollah hanno preso il controllo di diverse parti di Beirut, nel terzo giorno di scontri tra il gruppo sciita filo-iraniano e soldati dell'esercito libanese, che hanno causato decine di morti e feriti, nei peggiori scontri tra comunità dai tempi della guerra civile conclusasi nel 1990. Gli uomini di Hezbollah hanno costretto l'emittente televisiva Future News, vicina al governo e proprietà di Saad Hariri, un leader della coalizione di maggioranza, a sospendere le trasmissioni. Anche il quotidiano 'Al-Mustaqbal', sempre di proprietà di Hariri, è stato bloccato dai miliziani sciiti. Le violenze sono iniziate quando il governo ha messo fuorilegge il sistema militare di comunicazioni di Hezbollah, che per il leader del movimento sciita è stata una "dichiarazione di guerra". L´Unione cattolica internazionale della stampa in Libano (UCIP-Liban) ha condannato, in un comunicato, le aggressioni contro i giornalisti e i fotografi e ha espresso grande inquietudine nei confronti della copertura mediatica della crisi. Una situazione questa, aggiunge l´UCIP-Liban che sta portando velocemente a una campagna in cui le menzogne hanno la meglio.
Da una settimana il sito francofono Come4news è scomparso in Tunisia. Gli amministratori del sito sono stati avvertiti della censura dagli stessi internauti tunisini. Il 17 marzo essi hanno sollecitato il presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali di intervenire sulle autorità affinché ritornassero sulla decisione di oscurare il sito, ma non vi è mai stata nessuna risposta. Soprannominato "il Wikipedia del giornalismo dei cittadini", C4N è un sito che permette a 1648 reporter francofoni di pubblicare informazioni di tutti i tipi, Dal suo lancio, nel 2006, più di 16mila articoli sono stati pubblicati on line. La Tunisia rappresenta il 5% dei fruitori di Come4news. In Tunisia vi sono inoltre gravi problemi per quanto riguarda la circolazione delle mail. I messaggi elettronici che provengono da organismi a difesa dei diritti dell'uomo, quali ad esempio quelli dell'Associazione internazionale a sostegno dei prigionieri politici (AISPP) o di Tunisnews, risultano pressoché illeggibili oppure non contengono nulla. Secondo gli specialisti della censura su Internet si tratta di un filtraggio realizzato in malo modo, però allo stesso tempo efficace, stante il silenzio internazionale che sta accompagnando questa reiterata censura.
Ad una platea di lettori che si è andata allargando ha fatto da contrappeso l'erosione dei livelli di vendita dei giornali. Lo sottolinea la Federazione italiana degli editori nel Rapporto sulla stampa in Italia nel 2005-2007 presentato oggi a Roma. Tra i fattori di crisi, la contrazione dei livelli di reddito e le difficoltà storiche per la distribuzione in abbonamento. In positivo uno dei fenomeni più innovativi a livello internazionale è quello della free press, ma soprattutto non esiste il pericolo internet, per molti insidioso concorrente dei giornali tradizionali, che invece si é rivelato un'opportunità. Sono 40,4 milioni gli individui che hanno letto copie di quotidiani tradizionali a pagamento, di quotidiani gratuiti e informazioni su siti internet gestiti da editori di quotidiani nel 2007, secondo il Censis riportato nella ricerca La stampa in Italia 2005-2007 della Fieg, presentata oggi a Roma. Di questi 40,4 milioni di persone il 67% legge un quotidiano a pagamento, il 34,7% legge testate gratuite e il 21,1% legge notizie da quotidiani online. Internet "si è in realtà rivelato un'opportunità che ha contribuito ad allargare il pubblico dei lettori", spiegano gli editori. Ed infatti tra i cento siti web più visitati sono venti quelli riconducibili a gruppi editoriali. Ansa.it
Peggio del peggio. L’organizzazione non governativa Freedom House ha pubblicato all’Onu le “pagelle”, dando i voti e compilando la classifica dei 193 paesi e dei 17 territori dove, nel corso del 2007, si sono verificate le piu’ gravi violazioni dei diritti umani. (...) I peggiori trasgressori, nel rapporto Freedom in the World 2008 appena presentato al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che si può leggere anche online sono, fra gli stati - in ordine alfabetico - Birmania, Cuba, Libia, Nord Corea, Somalia, Sudan, Turkmenistan e Uzbekistan che vengono tutti classificati a quota 7 punti di penalizzazione, per la tutela (considerata inesistente) dei diritti politici e delle liberta’ civili. Alla lista nera si aggiungono, con lo stesso voto negativo di 7 punti, due territori che la comunita’ internazionale non riconosce come stati indipendenti: la Cecenia e il Tibet. “In tutte queste entita’ - afferma il rapporto – la repressione e’ intensa, il controllo dello stato sulla vita quotidiana e’ invasivo e arriva dappertutto, l’opposizione politica e’ vietata o soppressa. Il timore di venire perseguitati per qualsiasi forma di azione indipendente o di protesta e’ parte della vita quotidiana”. A questo primo elenco si aggiunge, sempre in fondo alla classifica, un gruppo di altri nove stati e di un territorio non statale che Freedom House considera sempre molto repressivi, ma appena al di sopra del “peggio del peggio”. Si tratta di Bielorussia, Ciad, Cina, Guinea Equatoriale, Eritrea, Laos, Arabia Saudita, Siria e Zimbabwe, oltre al territorio del Sahara Occidentale. Passando al Medio Oriente, la maglia nera spetta all’Arabia Saudita, dichiarata “non libera” con il peggior punteggio di 7 punti di penalizzazione per i diritti politici e 6 per le liberta’ civili. Non liberi, anche se meno dei sauditi, sono ritenuti Iran e Iraq, che ricevono 6 punti per ciascuna delle due categorie. Una nota di demerito riceve comunque anche Israele, che per quanto dichiarato “libero” con il punteggio piu’ elevato in fatto di esercizio dei diritti politici, si vede assegnare 2 punti di penalizzazione per le liberta’ civili. A parte la Cina, che il rapporto di Freedom House classifica senza esitazione nel gruppo dei paesi repressivi e senza liberta’, piuttosto severo e’ il giudizio dell’organizzazione non governativa anche sull’India, che essendo considerata la piu’ grande democrazia del mondo riceve, accanto all’Indonesia, una pagella alquanto scarsa, con 2 penalita’ per i diritti politici e 3 per le liberta’ civili. Dossier
Dopo tre anni di accanimento giudiziario, il giornalista e militante dei diritti umani Emadoldin Baghi è stato assolto dalla 44ma Camera del Tribunale di Appello di Teheran. Il 31 luglio 2007, era stato condannato in prima istanza a tre anni di prigione con l'accusa di "azioni contro la sicurezza nazionale " e "pubblicità in favore degli oppositori al regime". La Corte ha egualmente annullato la condanna a tre anni con la condizionale, comminata alla moglie, Fatemeh Kamali Ahmad Sarahi, direttrice del mensile 'Jameh-e-no', e alla figlia Maryam Baghi. Tutti e tre erano stati perseguiti per aver partecipato, nel 2004, a una serie di conferenze sui diritti dell'uomo che si tenevano negli Emirati Arabi. Emadoldin Baghi è comunque sempre incarcerato nella prigione di Evin dove sta scontando un anno di prigione per un'altra condanna. Il giornalista dovrà inoltre comparire, il 18 giugno prossimo, davanti a un tribunale della rivoluzione di Teheran per aver preso la difesa, in alcuni suoi articoli, dei condannati a morte nella regione del Khouzestan (sud-est del Paese).
Le autorità cubane hanno rifiutato di concedere il visto alla blogger cubana Yoani Sanchez, autrice del blog "Generacion Y", che doveva ricevere proprio oggi in Spagna il premio Ortega y Gasset concessole dal quotidiano 'El Pais' per la categoria "giornalismo su Internet". Il premio le era stato concesso "per i progressi che il suo lavoro ha apportato alla Rete cubana in materia di libertà di espressione, per la correttezza delle sue informazioni e per il dinamismo con il quale essa ha operato nella blogosfera". Creato nel 1984 da 'El Pais', il premio Ortega y Gasset è l'equivalente ispanico del prestigioso premio Pulitzer e ricompensa la difesa delle libertà così come l'indipendenza giornalistica.
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