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IL MESTIERE DI RACCONTARE
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PINO SCACCIA

Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno,
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Testimoni di pace



“The world is a better place without fear" (Il mondo sarebbe migliore senza paura)
Dossier

Giornalisti uccisi nel 2009: 28 lista

Negli ultimi cinque anni 529 morti

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Giornalisti e bloggers attualmente in prigione: 217
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Reporter sotto sequestro: 14

La libertà di stampa nel mondo Rapporto 2007

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Per non dimenticare

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Marcello Palmisano

Quando muore uno di noi. Non importa la nazionalità e neppure il ruolo: può essere un fotografo o un fonico, un operatore o un producer: uno di noi. E allora ti accorgi che stai in mezzo a una guerra vera, dove sparano sul serio, non è un film, e se non capita a te ma a qualcun altro è solo casualità, destino. Inutili i giubbotti antiproiettile, le scorte, la prudenza, il mestiere, tutto il resto. Se ti arrivano granate o colpi di cannone o killer assetati di vendetta o guerrieri disperati e impauriti c’è poco da difendersi. Neppure il buonsenso basta perchè la storia è piena di passi molto riflessivi e poi l’incursione improvvisa, l’attacco a sorpresa e tu ti ritrovi lì, a un soffio dalla fine. Chiunque di noi si è trovato spesso in difficoltà. Ma nessuno di noi è un eroe nè ha la vocazione di diventarlo. Si va in guerra, sembra banale, come si va in qualsiasi altra parte del mondo a “raccontare”: può essere una festa e può essere l’inferno. La cosa strana è che continuiamo a sentirci dei privilegiati, solo per il fatto di stare in mezzo all’evento, occhi e anima di tutti gli altri. Molti purtroppo pagano irrimediabilmente la grande curiosità, questa voglia di capire.
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Parole

"Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”. Enzo Baldoni

"Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sè non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri". Joseph Pulitzer (1847-1911)

"Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito. Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti. Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo paese non mi toccherà. Perchè qui non si fa male ai colombi. I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti come me, ma come me liberi." Hrant Dink, il giorno prima di essere ucciso.

"Ci si mette in viaggio a causa di una tragedia, o perché travolti da un’insana passione. Ma andare altrove serve a scoprire gli altri. E se stessi. Ci si mette in cammino per fuggire dalla fame, dalla peste, dalla guerra, per cercare la sicurezza altrove”. " La nostra professione è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono invece ad essere dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori... In generale si tratta di una professione che richiede una continua lotta e un costante stato di allerta..." Ryszard Kapuscinski

"Non escludo che un giorno il mio caporedattore, che mi ha incaricata di coprire questa guerra, non sappia più cosa farsene di me, come di un vecchio articolo non pubblicato al momento giusto che viene buttato nel cestino".
Anna Politkovskaya

"Dietro di me non c'è altro che la mia coscienza, nei miei programmi futuri soltanto la tomba. Che vorrei, è ovvio, più lontana e con una lapide: 'Scrisse quello che poteva, mai quello che non voleva. Amen". Enzo Biagi

Sogno di vivere in un mondo senza frontiere e senza paure dove la guerra è un ricordo di un vecchio passato. Sogno di vivere in un mondo dove non esistono bombe né kamikaze, dove una madre non versa lacrime sul viso insanguinato di un neonato. Sogno di vivere in un mondo dove gialli neri bianchi e rossi si tengono tutti per mano, dove cristiani musulmani ed ebrei pregano nello stesso luogo, illuminati dalla stessa luce che irradia tutti i giorni i cuori dei bambini". Hafez Haidar , giornalista e scrittore libanese

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venerdì, 19 dicembre 2008, 11:22
La trama della vicenda sembra presa di peso da un romanzo poliziesco dell’America degli ’20, di quelli di Dashiell Hammet. Solo che al posto del detective della Pinkerton nel caso cinese c’è un giornalista investigativo Guan Jian sparito, probabilmente rapito e forse ucciso, per una sua indagine su un caso di corruzione in un affare immobiliare nella provincia carbonifera settentrionale dello Shanxi. Qui dove in incidenti di miniera muoiono ogni anno centinaia di persone, la corruzione è merce di scambio comune per fare chiudere un occhio anche solo sulla quantità di carbone che esce dai pozzi: meno è registrato ufficialmente, più sono i profitti in nero. Il denaro sporco fino a ieri, con i prezzi dell’energia alle stelle, erano fiumi e ora cercano di riciclarsi nelle attività immobiliari. In questo mare scuro è sparito Guan Jian. È il secondo giornalista in poche settimane a essere coinvolto in vicende del genere e sono decine i cronisti cinesi messi sotto pressione o a rischio di vita per il loro lavoro. Guan Jian, cronista di un piccolo giornale su Internet è sparito dal 1 dicembre. Le ultime notizie su di lui vengono dai video di sorveglianza della pensione dove alloggiava. Riprendono cinque uomini che lo caricano di peso su un SUV scuro, secondo le rivelazioni di ieri di ' Notizie di Pechino', il giornale che ha sta conducendo un’indagine sula vicenda. Dal 1 dicembre Guan Jian non ha preso più contatti con la famiglia. Il giornalista era a Taiyuan, capoluogo dello Shanxi per un’inchiesta su una presunta transazione illegale di suoli tra immobiliaristi e funzionari locali. Solo alcuni giorni prima, Li Min, giornalista della potente televisione centrale cinese CCTV, era stata arrestata nella sua casa di Pechino da agenti venuti dallo Shanxi. La accusavano di avere ricevuto bustarelle durante una indagine nella loro provincia. È il primo caso di autorità provinciali che effettivamente mandano agenti a Pechino contro giornalisti della capitale. Secondo il legale della famiglia Li quello era stato un “un terrificante abuso di potere per mettere un bavaglio sulla bocca della cronista”. All’inizio dell’anno il capo di un distretto della provincia settentrionale del Liaoning fu cacciato dal suo posto dopo aver annunciato che avrebbe mandato i suoi agenti ad arrestare un’altra giornalista per incuterle timore e indurla al silenzio. A gennaio Wei Wenhua, 41anni, che tentava di riprendere con il suo telefonino un momento di protesta tra dei contadini e i funzionari di un villaggio della provincia centrale dello Hubei, era stato ucciso di botte. L’anno scorso, sempre nello Shanxi, un cronista al suo primo incarico, Lan Chengzhang, era stato percosso fino alla morte durante un’inchiesta sulla sicurezza delle miniere. Anche in quel caso la scusa delle autorità locali fu che Lan tentava un ricatto.
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mercoledì, 10 settembre 2008, 23:44
L’appello lanciato stamane da Articolo21 in seguito alla dettagliata segnalazione di Roberto Reale, trova nell’arco di poche ore un’immediata e insperata risposta. Dal sito che si batte per la tutela dei diritti umani e la libertà di espressione in rete, apprendiamo la notizia della “ricomparsa” della blogger cinese Zeng Jin Yan. Non è chiara la dinamica, ma dopo 16 giorni di silenzio, Zeng torna a pubblicare numerosi post sul suo blog, compresa una foto del suo bambino. Nel post pubblicato stamattina, intorno alle 10, ora locale, Zeng ringrazia e rassicura tutti gli amici che hanno continuato a cercarla, racconta della visita, in carcere, al marito Hu Jia, avvenuta l’8 agosto e poi il suo trasferimento ( non ne piega dinamica e motivi) a Dalian. Il suo rientro a Pechino avviene sabato 23 agosto, gli arresti domiciliari, però, continuano… “ci sono poliziotti in borghese ovunque…” scrive Zeng. La spiegazione più plausibile è che qualcuno abbia pensato bene di tenerla un po’ “lontana” da Pechino affinché non avesse modo di vedere e documentare quanto accadeva attorno ai giochi. Con coraggio, anche oggi, denuncia la violazione dei diritti all’interno delle carceri, violazione a cui il marito è sottoposto. Racconta di lettere mai arrivate a destinazione e di un libro, legale in Cina, sequestrato… e spera che le venga concesso presto il permesso di rivedere di nuovo il suo Hu. Articolo21
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martedì, 05 agosto 2008, 16:51

Due reporter giapponesi sono stati arrestati e percossi dalla polizia cinese a Kashgar (Xinjiang), dove indagavano sull'attentato che ieri ha ucciso 16 poliziotti. Nobutaka Machimura, portavoce di Tokyo, dice che "l'ambasciata chiederà informazioni alle autorità", ma che se la notizia trova conferma "pensiamo di protestare con forza". Forse l'accusa formale è di avere fotografato strutture militari della zona, ma c'è chi dice siano "sgraditi" giornalisti che vogliono far luce sull'attentato. L'agenzia statale Xinhua dice che le bombe sono opera del Movimento islamico per il Turkestan orientale (altro nome dello Xinjiang), che ha pure minacciato attentati durante le Olimpiadi, e che ieri sono stati arrestati due presunti colpevoli. Arrestati pure 18 "agitatori esteri" per precedenti proteste, senza collegamenti con la bomba. Ma l'esule Rebiya Kadeer, presidente dell'Associazione uighuri americani, risponde che la popolazione rifiuta simili atti di violenza e il governo non ha fornito prove di quanto dice. Per Dilxadi Rexiti, del Centro informazioni del Turkestan orientale, "non sembra trattarsi di un attentato terrorista" organizzato, quanto di "una violenza isolata per protesta contro la sistematica repressione cinese nella zona" e denuncia il tentativo di Pechino "di rappresentare l'intera popolazione uighura come terrorista". Gli islamici uighuri denunciano da anni che Pechino opera un vero genocidio culturale, con frequenti arresti per accuse di terrorismo e torture in carcere. La polizia controlla ogni veicolo che entra a Kashgar e i residenti temono "che ora per noi diventi ancora più difficile". Gran spiegamento di forze anche a Lhasa, Capitale del Tibet, dove sono in corso "esercitazioni antiterrorismo" programmate proprio questi giorni, così da prevenire possibili proteste. Intanto oltre 110mila poliziotti e 1,4 milioni di volontari vigilano Pechino, specie le principali vie e ponti e i luoghi più frequentati come piazza Tiananmen e Changan Avenue. Ad alberghi, pensioni, tassisti è chiesto di chiamare subito la polizia se un loro cliente è dello Xinjiang o del Tibet. Questa tensione deve però essere poco percettibile a Pechino, dove Jacques Rogge, presidente del Comitato olimpico internazionale, ha detto che "queste Olimpiadi cambieranno per sempre la Cina e la percezione che ne ha il mondo", senza spiegarsi meglio. Mentre oggi una coltre di smog ha coperto Pechino di nuovo, sull'inquinamento ha risposto che "per la nostra commissione medica non ci sono problemi di salute per le gare che durano meno di un'ora o si svolgono al coperto", mentre potranno essere spostate le gare di durata come maratona o corse in bicicletta. Ma alcuni tra i 32 membri della squadra del Nepal, ieri in partenza per Pechino, sono più preoccupati per la situazione dei diritti che per l'inquinamento. Deepak Bista, atleta di taekwondo e principale speranza nepalese, dice che "limitare la libertà di stampa e l'accesso a internet sono contro la libertà del Paese". Perplesso è anche il maratoneta Arjun Basnet , mentre altri atleti e allenatori sono "concentrati solo sulle gare" e comunque tranquilli per la "sicurezza generale". Rukma Shamsher Rana, membro del Consiglio olimpico dell'Asia, conclude che "la censura internet cinese è una sua questione interna". (fonte: AsiaNews)

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venerdì, 01 agosto 2008, 00:15

Liu e Gary hanno più o meno la stessa età, sui quarant’anni, ma non si conoscono e abitano in posti molto lontani. Sicuramente le loro storie sono molto diverse. Liu Shokov è un insegnante cinese, Gary McKinnon è un kacker gallese. I loro destini sono così contrari che costituiscono storie esemplari di due mondi contrastanti, unico elemento in comune la passione per il computer. Gary addirittura è un mostro informatico: in un anno è entrato in decine di migliaia di siti americani violandone quasi cento, compresi quelli del Pentagono, della Nasa e di tutte le forze armate statunitensi. Una volta si è anche firmato con il nick con cui è diventato famoso, “Solo”. Ha forzato un migliaio di parole chiave: in molti casi, racconta, semplicemente digitando la parola “password”.  Ora rischia grosso perchè l’operazione è avvenuta subito dopo l’11 settembre 2001. “Cercavo tracce di Ufo” spiega ma se sarà estradato, come sembra, rischia 60 anni di galera per terrorismo e di finire a Guantanamo. In galera Liu invece ci sta già. Anzi in quella che in Cina chiamano “campo di rieducazione-tramite-lavoro”. Insomma si è beccato un anno di lavori forzati (senza processo) per aver messo sul blog le foto del terremoto di Sichuan in cui morirono novemila studenti perchè le scuole erano fatte male, i soldi pubblici finiti nelle tasche dei governanti. La colpa è di aver “incitato a disordini”. Certo, i familiari delle vittime si sono leggermente alterati. Non è il solo blogger cinese, del resto, a stare in galera: attualmente ce ne sono 57. E con l’arrivo delle Olimpiadi rischiano anche gli occidentali, nonostante i filtri poderosi della censura. Non c’è una morale comune a queste due storie se non una riflessione sulla libertà. Nella terra degli occhi a mandorla stanno ancora (si sapeva) alla preistoria dei diritti umani, negli Stati Uniti la conferma che la vita non è un film. Ed è preoccupante sapere che basta un tizio strambo e normalmente brillo (lo dice lui) per entrare in segreti che dovrebbero essere rigorosamente inaccessibili, perchè possono addirittura decidere i destini del mondo. BlogTg1

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martedì, 29 luglio 2008, 14:24

AMNESTYInternet sotto censura, a Pechino, a pochi giorni dall'inizio dei Giochi. Anche e soprattutto nella sala stampa. Le autorità cinesi avevano promesso da tempo che avrebbero allentato i controlli sulla libera circolazione del materiale web, ma ora, a dieci giorni dall'inizio dei giochi, i primi giornalisti arrivati a Pechino hanno già espresso lamentele sull'applicazione della censura, e in generale, sulla bassa velocità dei computer del principale centro stampa della capitale cinese. La lamentela è arrivata al Comitato olimpico internazionale (Ioc), che sta compiendo gli accertamenti del caso, come ha fatto sapere il capo dei servizi alla stampa, Kevan Gosper. Come detto, la Cina aveva garantito che i media avrebbero goduto dello stesso "grado di libertà" di cui hanno potuto beneficiare nelle precedenti edizioni dei Giochi, e già a gennaio aveva allentato le restrizioni di libertà applicate alla stampa estera, con una legge temporanea, la cui scadenza è fissata a ottobre. Nonostante questo, la stampa estera presente in Cina ha continuato a ricevere "molestie" da parte di uomini in divisa, e già all'inizio del mese Human Rights Watch ha realizzato un'inchiesta, che dimostrava il mancato mantenimento delle promesse del governo di Pechino in materia di libero pensiero. Di un analogo rapporto, realizzato da Amnesty International ieri, e trasmesso online, nulla è filtrato al centro stampa olimpico. Oscurate anche le pagine web di altri movimenti o siti critici nei confronti della politica cinese, come le stazioni radio tedesca Deutsche Welle o l'americana Irradio Free Asia. Repubbica.it

La censura della Cina su internet rimarrà in vigore durante le Olimpiadi nonostante le promesse fatte al Comitato olimpico internazionale (Cio). Lo ha ribadito oggi il portavoce del Comitato organizzatore dei Giochi di Pechino, Sun Weide, confermando una posizione già espressa in precedenza dalle autorità cinesi. I giornalisti stranieri in Cina, sia quelli residenti abitualmente nel Paese che quelli venuti in occasione delle Olimpiadi, lamentano di non poter accedere ad una serie di siti web, critici verso il governo cinese. Questi siti rimarranno bloccati, e come questi anche quelli che si occupano dei diritti umani, le organizzazioni tibetane in esilio e molti media stranieri. Tra quelli vietati dovrebbero esserci il sito di Amnesty International, Deutsche Welle. una radio tedesca, i giornali Apple Daily di Hong-Kong e Liberty Times Taiwan.

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domenica, 27 luglio 2008, 19:38

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L'immagine di un ferito trasportato su un carretto durante gli scontri di piazza Tiananmen del 1989 è comparsa per errore giovedì sul quotidiano di Pechino "Xinjing bao". Lo conferma oggi la stampa indipendente di Hong Kong. La fotografia, scattata dal giornalista cinese (passaporto americano) Liu Xiangcheng, fa da cornice alla sua intervista rilasciata al quotidiano. E' assente ogni altro riferimento alla "strage di Tiananmen" che vide l'esercito cinese aprire il fuoco sulla folla che manifestava per la democrazia; tragica vicenda che ancora oggi costituisce un tabù in Cina. Ma lo sforzo intrapreso dalle autorità perché l'episodio finisca del dimenticatoio è finito per ritorcersi contro di loro: l'errore sarebbe infatti stato provocato dalla completa ignoranza sui fatti dei giovani editori, hanno confermato giornalisti esperti. La svista costerà cara ai responsabili: le autorità competenti sono "arrabbiate", riferisce il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post.
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giovedì, 24 luglio 2008, 00:36
Ching Cheong, 57 anni, è un giornalista di Hong Kong, capo corrispondente per la Cina dello 'Strait Times' di Singapore. É stato arrestato nell’aprile 2005 per “spionaggio a favore di Taiwan” e condannato a 5 anni di carcere: avrebbe confessato di aver venduto informazioni militari a Taiwan e di aver messo in piedi una rete di spionaggio per “vendere segreti di Stato” all’estero. Ma lui ha sempre negato l’accusa e la nega tuttora. Dissidenti dicono che il suo arresto è invece collegato a una sua ricerca su Zhao Ziyang, segretario del Partito ai tempi delle rivolte pro-democrazia, e sul massacro di Tiananmen nell’89. Nel novembre 2006 la condanna è stata confermata, al termine di un processo durato un giorno in cui non sono state prodotte prove d’accusa. Grazie all’impegno del suo giornale, della moglie e dei suoi amici ad Hong Kong, che si sono battuti per il suo rilascio, Ching Cheong è stato liberato il 5 febbraio 2008, dopo aver scontato metà della pena. E' stato in prigione per oltre 1000 giorni. Ricordando quei giorni di reclusione, Ching ha confessato che i traumi mentali e le pressione sopportate hanno superato di molto le violenze fisiche subite. Il momento dell’arresto, quello in cui gli hanno messo le manette è stato il momento più doloroso della sua vita, di amarezza, di mancanza di fiducia in se stesso. Per la prima volta nella sua esistenza ha provato l’umiliazione di essere ammanettato, il cuore spezzato per essere rinchiuso in una cella: “Ho avuto l’impressione di un fallimento totale, una mancanza di fiducia in quello che avevo fatto fino allora, come se tutto fosse stato sbagliato”.
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sabato, 19 luglio 2008, 17:07
Tre giornalisti sono rimasti feriti durante una conferenza stampa a Nanchong, nella provincia della Cina meridionale dello Sichuan, per un colpo di pistola esploso accidentalmente. Un poliziotto stava mostrando alla stampa alcune armi e degli esplosivi sequestrati, quando da una pistola caricata a pallettoni e' partito un colpo che ha ferito tre reporter: per il piu' grave, un cronista del "West China City Daily", e' stato necessario operare, anche se non e' in pericolo di vita.
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martedì, 15 luglio 2008, 22:30
Quasi nessuno in Italia conosce la storia di Huang Qi. Ed è un vero peccato perché la sua vicenda racconta la Cina del dopo terremoto e della vigilia olimpica infinitamente meglio  di tante chiacchiere di capi di governo, dirigenti di federazioni sportive o esperti di geopolitica. Non è che le notizie da noi non siano arrivate. Dell'arresto ( l'ultimo di una serie) di Huang Qi si è occupato ad esempio  il 17 giugno scorso anche il sito di Rainews24 riferendo che si trattava di un blogger imprigionato dalla polizia perché aveva scritto degli articoli critici sul dopo terremoto nella martoriata regione del Sichuan. L'argomento è rimasto però colpevolmente  confinato nel recinto del mondo del web e nei trafiletti di qualche quotidiano. A rompere realmente  il muro di silenzio (a livello planetario) ci ha pensato Jake Hooker sul New York Times con un reportage che ricostruisce puntualmente  i retroscena e le motivazioni  reali che hanno spinto il regime o operare questo arresto. Ne esce uno spaccato completamente diverso da quello che avevano fornito le autorità di Pechino che,  con una straordinaria operazione di immagine, avevano teso alla fine di maggio a presentare il paese mobilitato e nella solidarietà verso le vittime del terremoto. leggi
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sabato, 05 luglio 2008, 18:21
Reporters sans frontières ha provocatoriamente domandato al Comitato olimpico internazionale (CIO) di intervenire a favore del reporter Norman Choy, del quotidiano 'Apple Daily' di Hong Kong, che alcuni giorni fa, si è visto respingere da Pechino l'accredito per i Giochi Olimpici. Il reporter che lavora per un giornale notoriamente critico verso il governo cinese è arrivato all'aeroporto di Pechino il 1° luglio e subito è stato condotto in una stanza per essere interrogato dalla polizia. Poco tempo dopo un addetto all'ufficio all'immigrazione lo ha informato che in virtù della legge sulla sicurezza nazionale gli era stato confiscato il suo permesso di viaggiare nel Paese. Il reporter è stato immediatamente rimandato in patria. La vicenda dimostra ancora una volta l'estrema arbitarietà del governo di Pechino nei confronti dei cronisti ritenuti scomodi o indesiderati. Le associazioni professionali dei giornalisti, internazionali e del nostro Paese, piuttosto che auspicare - come è stato fatto anche recentemente - futuri e improbabili progressi per la libertà di informazione in Cina, bene farebbero a chiedere provvedimenti precisi e definiti ai governanti della Repubblica Popolare. E cioè la liberazione dei dissidenti e dei blogger condannati per reati di opinione, una moratoria nel controllo del web da parte del regime, e la piena possibilità di movimento nel paese per tutti i reporter, a cominciare da quelli che scrivono e trasmettono informazioni in lingua cinese.
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sabato, 07 giugno 2008, 00:47
I giornalisti stranieri che seguiranno le Olimpiadi del prossimo agosto devono fare attenzione a non mettere a rischio i propri assistenti cinesi e le fonti delle proprie notizie, che potrebbero incorrere nell'arresto nel caso in cui trattassero "temi sensibili". Lo ha detto oggi il Comitato per la tutela dei giornalisti, che ha sede a New York. L'associazione statunitense ha inoltre chiesto al Cio (Comitato Internazionale Olimpico) di fare pressioni sulla Cina affinché vengano rispettate le promesse di libertà di stampa per gli oltre 21.500 giornalisti stranieri che giungeranno in Cina per i Giochi, in programma dall'8 al 24 agosto. Riferendosi alle manifestazioni di protesta in Tibet del marzo scorso, il comitato avverte in un rapporto che "l'esperienza passata ha mostrato che la Cina tende ad assumere il pugno di ferro quando si tratta del controllo dei media e della minaccia di offuscare l'immagine del paese di nazione unita". "I giornalisti che giungono in Cina dovrebbero essere consapevoli dei rischi che possono correre le persone che loro assumono o intervistano, così come dei rischi che loro stessi corrono", continua il rapporto. La relazione - "Falling Short" - afferma che l'impegno del 2001 di non applicare nessuna censura ai media, che aiutò la Cina ad acquisire il diritto di ospitare le Olimpiadi nel 2008, non è stato finora mantenuto. "Anche se a poche settimane dalle Olimpiadi, vi chiediamo di insistere affinché il governo cinese mantenga pienamente l'impegno di garantire la libertà di stampa per i Giochi Olimpici del 2008", ha suggerito il Comitato per la tutela dei giornalisti al Cio. Reuters
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martedì, 27 maggio 2008, 14:13
Dal boia al chirurgo: «Il 95% degli organi trapiantati in Cina — dice Harry Wu — viene da cadaveri di condannati a morte». Le prove? «Nel 2006 l'ha ammesso lo stesso vice ministro della Sanità di Pechino. Alla fine hanno dovuto riconoscerlo. Noi lo denunciamo da anni. C'è un documento segreto datato 1984, firmato da sei responsabili governativi tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale, che dava il via libera all'utilizzo dei giustiziati ». Di nascosto? «Sì. Le ambulanze che seguivano i condannati sul luogo dell'esecuzione dovevano essere anonime, con le targhe coperte». E oggi? «È permesso dalla legge. A tre condizioni, che di fatto vengono spesso aggirate ». Quali? «Il consenso degli interessati, l'ok delle famiglie. Il caso in cui nessuno reclami il corpo». Succede spesso? «Prenda me. Ho passato 19 anni nei laogai (campi di lavoro) per aver criticato il governo. Potevo essere giustiziato in ogni momento. La mia famiglia non l'avrebbe saputo. Mia madre morta suicida, mio padre prigioniero, i miei fratelli mi avevano rinnegato. Nessuno avrebbe chiesto il mio cadavere. Ho visto tanta gente morire così. Non ci sono regole che costringano le autorità a informare le famiglie. Dal 1949 il governo cinese rifiuta di dare notizie sulle esecuzioni». Corriere.it
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martedì, 20 maggio 2008, 23:55
Dopo undici mesi di detenzione, l'ex giornalista di 'Fazhi Zaobao' (Il Giornale del Diritto), Qi Chonghuai, è stato condannato a 4 anni di carcere per «frode ed estorsione» dal tribunale di Tengzhou City nella provincia di Shandong (est del Paese). Per uno dei suoi avvocati, Li Xiongbing, «questa decisione è una beffa alla libertà di stampa in Cina». «A pochi mesi dai Giochi Olimpici, questa sanzione è un nuovo esempio dell'intolleranza delle autorità nei confronti degli scrittori e dei giornalisti critici. Il processo di Qi Chonghuai è stato ingiusto. E' durato solo 11 ore e nessun testimone è stato chiamato in difesa del giornalista. Nessun documento che giustifica l'accusa di frode è stato presentato in aula. La giustizia locale cinese fa nuovamente prova di grande opacità », ha dichiarato l'organizzazione. Qi Chonghuai, 42 anni, ha lavorato 13 anni per 'Fazhi Zaobao' e pubblicava regolarmente articoli sulla corruzione degli esponenti politici e finanziari locali. E' stato arrestato il 25 giugno 2007 dopo la pubblicazione di un articolo sul sito Internet dell'agenzia di stampa ufficiale Xinhuanet, nel quale evocava la corruzione del Partito comunista di Tengzhou. Il 2 agosto 2007, è stato accusato di frode. Nove giorni prima dell'arresto di Qi, il suo amico e fotografo indipendente Ma Shiping è stato arrestato per gli stessi motivi dopo aver pubblicato senza permesso su Internet la foto di un edificio ufficiale. Uno dei collaboratori del giornale Tengzhou Daily, per il quale aveva lavorato, ha dichiarato che il fotografo "osava dire quello che i reporter accreditati non riuscivano a dire: la verità". Ma Shiping è ancora detenuto nella prigione di Tengzhou. Attualmente sono 31 i giornalisti e 48 i cyberdissidenti in carcere in Cina.
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mercoledì, 14 maggio 2008, 18:18
Gli internauti Chen Daojun, Shi Jianhua, Xin Wu e Lin Yong sono detenuti dal 9 maggio 2008 per aver pubblicato sul Web degli articoli che trattavano della marcia di protesta organizzata cinque giorni prima nella città di Chengdu - capitale della provincia del Sichuan - contro la realizzazione di una fabbrica chimica nella regione. Chen Daojun è stato accusato di "incitamento alla sovversione del potere dello Stato". Secondo un rappresentante della polizia di Chengdu, Shi Jianhua, Xin Wu e Lin Yong sono stati invece arrestati con l'accusa di aver "utilizzato Internet per diffondere informazioni di poca importanza ma tali da poter incitare a manifestazioni illegali". Attualmente sono 52 i cyberdissidenti in carcere nel Paese.
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lunedì, 12 maggio 2008, 23:04

Nei giorni scorsi l’autorità giudiziaria cinese ha condannato a tre anni e mezzo di carcere Hu Jia. Tra le motivazioni della sua condanna la principale riguarda la sua attività di giornalista e l’essersi permesso, attraverso alcuni articoli ed interviste di criticare il governo cinese, anche in relazione ai prossimi giochi olimpici. Tale condanna è inaccettabile per chiunque abbia a cuore i valori della libertà  di informazione e che sono, per altro, racchiusi anche nella Dichiarazione dei diritti umani, approvata dall’ONU, esattamente 60 anni fa. Questa condanna è ancora più grave perché arrivata alla vigilia dei giochi olimpici e dei tanti impegni assunti anche dal vostro governo in materia di libera circolazione delle opinioni e dei giornalisti, almeno in occasione di questi appuntamenti. Per queste ragioni vi chiediamo di procedere, prima dei prossimi giochi olimpici alla liberazione di Hu Jia e degli altri giornalisti che sono ancora in carcere per avere solo tentato di fare il loro  mestiere. Firma l'appello di Articolo21

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venerdì, 09 maggio 2008, 19:09
La Cina non garantità libertà su Internet durante le Olimpiadi di Pechino, anzi  potranno esserci interventi seri di censura su alcuni siti. Malgrado il Comitato organizzatore dei Giochi avesse assicurato "piena libertà"' ai media sull'evento, il ministro per la tecnologia Wan Gan ha detto di non avere "informazioni chiare su quali siti siano da chiudere o da filtrare, ma per proteggere la gioventù ci saranno severi controlli su siti considerati dannosi". "Del resto - ha concluso - in tutti i Paesi ci sono limitazioni all'accesso ad alcuni siti".
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lunedì, 21 aprile 2008, 22:00
fotoIl Time l'ha considerata una delle cento personalità più influenti del 2007, e l'ha soprannominata "Tiananmen 2.0", per via del suo impegno in favore dei diritti umani e del suo blog. Quello di Zeng Jinyan, moglie dell'attivista cinese Hu Jia, condannato a tre anni e mezzo di carcere per istigazione alla sovversione, non è infatti un sito qualsiasi. Dal 2006, anno in cui è stato arrestato per la prima volta suo marito, Zeng Jinyan ha infatti raccontato sul Web tutto ciò che succedeva: della solitudine, delle paure e delle speranze di una ragazza di appena vent'anni, costretta a diventare adulta, e a farlo in fretta. Per ordine di Pechino. Zeng Jinyan oggi ha 24 anni. Insieme a suo marito ha avuto una bambina appena cinque mesi fa, Hu Qianci, "probabilmente la più giovane prigioniera politica in Cina" come l'ha definita il New York Times. Madre e figlia, dal 27 dicembre scorso, vivono agli arresti domiciliari nel quartiere di Pechino chiamato la "Città della Libertà ", ed esattamente dal giorno in cui Hu Jia è stato prelevato dalla polizia per la seconda volta e portato via. (...) Da quando suo marito è stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione, sono cambiate molte cose. Sul suo blog è stato pubblicato un lungo articolo il cui titolo suona come un urlo di disperazione lanciato dal Web al mondo intero: "Please tell me: is it a fair virdict?" (Per favore, ditemi: è un verdetto giusto?). "Fino a una settimana fa - confessa chi è rimasto in contatto con lei - Zeng Jinyan nutriva ancora un briciolo di speranza. Ora, invece, per lei è semplicemente insopportabile pensare che suo marito, innocente, e fiero di essere cinese, debba restare per oltre tre anni lontano da lei. E soprattutto lontano dalla piccola Hu Qianci". segue  Video
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venerdì, 18 aprile 2008, 09:58
ccnnIl sito web della Cnn è oggi inaccessibile dalla Cina, dopo che il governo cinese ha protestato formalmente con i dirigenti della rete televisiva americana per le affermazioni del commentatore Jack Cafferty. Il direttore dell'ufficio di Pechino della Cnn, Jaime FlorCruz, ha affermato di essere stato convocato dal ministero degli Esteri, dove gli è stata espressa "l'indignazione" del governo cinese per le affermazioni del commentatore. E il comunicato con quale ieri la Cnn ha affermato di "non aver voluto offendere la Cina" è stato giudicato insufficiente da Pechino. Cafferty aveva sostenuto che "i cinesi sono gli stessi teppisti e disgraziati che erano 50 anni fa" perchè "ci avvelenano con i giocattoli al piombo e con il cibo per animali avariato", in un chiaro riferimento agli scandali nei quali sono stati coinvolti i cinesi negli ultimi dodici mesi. In quello che ha definito un "chiarimento", Cafferty ha in seguito precisato di essere riferito al governo, e non al popolo cinese. Il blocco del sito della Cnn viene pochi giorni dopo che è stato nuovamente reso accessibile quello della rete televisiva britannica Bbc, boicottato per una decina d'anni a causa, si ritiene, di un servizio che mostrava in luce negativa il figlio dell'ex-leader Jiang Zemin.
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mercoledì, 09 aprile 2008, 09:58

gereContinua nel mondo la contestazione alla fiaccola olimpica

La polizia cinese ha arrestato in totale 953 persone per il coinvolgimento nei disordini in Tibet del marzo scorso. (...) Decine di monaci tibetani hanno protestato chiedendo "libertà culturale" nel corso della visita di un gruppo di giornalisti esteri, accompagnati da funzionari cinesi, nell'antico monastero di Labrang, nella provincia nord-occidentale cinese di Gansu. E' quanto ha riferito il corrispondente da Pechino del quotidiano tedesco 'Die Welt', Johnny Erling, che partecipa alla seconda visita guidata per la stampa estera organizzata dal ministero degli Esteri cinese nelle aree tibetane il cui accesso era stato proibito durante le proteste iniziate il mese scorso. I monaci, ha raccontato Erling al telefono, hanno circondato i giornalisti chiedendo "libertà culturale" e manifestando sostegno al Dalai Lama. Repubblica.it

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domenica, 06 aprile 2008, 00:01

L’attivista per i diritti umani Hu Jia, uno dei principali contestatori della politica cinese in Tibet, è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per istigazione a sovvertire i poteri dello Stato: questa la sentenza pronunciata dalla Prima Corte Intermedia di Pechino. Un verdetto che ha acceso le polemiche internazionali nei confronti della Repubblica Popolare, accusata di voler mettere a tacere i dissidenti in vista dei Giochi Olimpici dopo la brutale aggressione nella regione himalayana. La guerra dell'informazione

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lunedì, 24 marzo 2008, 13:09
olimpiaA Olimpia la polizia greca ha blindato il sito archeologico in occasione della cerimonia per l'accensione della fiaccola. Si temeva infatti un gesto mediatico degli attivisti tibetani davanti a centinaia di giornalisti e migliaia di persone che hanno seguito la cerimonia, fatto però che è puntualmente avvenuto. Non erano però tibetani, bensì rappresentanti di Reporters sans Frontières, l'associazione che si batte per i dirittti della libera stampa, quelli entrati in azione mentre parlava Liu Qi, presidente del comitato organizzatore di Pechino 2008. Due gli attivisti in azione: uno ha sventolato una bandiera con i cinque cerchi olimpici a forma di manette e la scritta «boicottate i Paesi che disprezzano i diritti umani», l'altro ha cercato di impadronirsi del microfono. Sono stati subito bloccati dal servizio di sicurezza. Una dozzina di manifesanti ha poi inscenato una protesta nelle strade di Olimpia. «È triste che avvengano queste cose», ha dichiarato in seguito Rogge, «almeno però non si è trattato di manifestazioni violente». La televisione cinese ha sospeso brevemente la trasmissione in diretta della cerimonia durante la contestazione. Le immagini sono state diffuse in leggera differita, nonostante fosse stata annunciata la «diretta». Il programma si è interrotto per alcuni secondi, senza alcuna spiegazione, poco dopo l’inizio del discorso di Liu Qi e sono state mandate in onda immagini di archivio di Olimpia e di una vecchia torcia olimpica. Corriere.it
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lunedì, 24 marzo 2008, 00:00
censurablogcinaIl 20 marzo 2008, l'autorità cinese che regola radio, film e televisione (SARFT) ha chiuso 25 forum Internet sui quali era possibile diffondere video. La SARFT ha qualificato questi siti come "osceni", "violenti" o "apportatori di attentato alla sicurezza  nazionale o all’interesse nazionale". Trentadue altri siti Internet hanno ricevuto severi avvertimenti, e tra questi spicca  Tudou.com, uno dei siti che ospita video tra i più consultati nel Paese. Questa è la prima applicazione della legge adottata dal governo il 31 gennaio 2008, riguardante la regolazione di trasmissioni radio e video e che di fatto stringe ancora di più il controllo in Cina su Internet. Al momento esistono nel Paese ben cinque organi di controllo dell'informazione su Web. A tali organi occorre aggiungere anche le decine di migliaia di cyberpoliziotti che sorvegliano continuamente gli internauti. Nel frattempo il motore di ricerca cinese di Google continua a non fornire nessuna informazione sul Tibet.
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martedì, 18 marzo 2008, 22:31

tibet

“Il Governo di Pechino consenta alla stampa internazionale di documentare quanto sta accadendo in Tibet o altrimenti mancheranno le condizioni per poter seguire le Olimpiadi", ha dichiarato il presidente dell’associazione per la libertà di stampa Information Safety and Freedom , Stefano Marcelli . “La Repubblica Cinese è da anni uno dei principali nemici della libertà di stampa come dimostra il lungo elenco di giornalisti arrestati, aggrediti e uccisi e di testate cartacee e web chiuse a centinaia negli ultimi anni. La Cina ha varato, con la complicità di importanti società informatiche come Yahoo, il primo e più vasto piano di censura del web che sia stato messo in atto nel mondo. Ora , pretende di censurare anche la stampa internazionale, impedendo ogni forma di documentazione indipendente dei drammatici eventi in atto in Tibet. Un atteggiamento di questo tipo fa cadere le condizioni basilari perché si possano tenere i Giochi Olimpici della prossima estate. Le Olimpiadi  sono certo prima di tutto un evento sportivo, ma sono anche uno dei maggiori eventi mediatici a livello planetario e anche un appuntamento collettivo della comunità internazionale che ,in occasione dei Giochi, entra in contatto con il Paese ospite. I media internazionali non possono accettare una censura così proterva, che impedisce anche l’esercizio dei minimi compiti del giornalismo. Se lo facessero, si renderebbero complici di un regime che utilizza il potere economico conquistato sui mercati internazionali per affermare il proprio autoritarismo. Lo spirito olimpico e i diritti televisivi  non possono piegare i giornalisti a svolgere il ruolo di propagandisti di un Governo che chiude la bocca ai colleghi cinesi con la violenza e agli stranieri con il ricatto economico. Nell’anno in cui ricorre il Sessantesimo della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, accettare quel ricatto, sarebbe nient’altro che una macroscopica e vergognosa abdicazione collettiva a quei principi".  FreeTibet

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martedì, 11 marzo 2008, 21:54
La Cina non è più nella lista nera Usa dei paesi che compiono maggiori violazioni dei diritti umani, rivela un rapporto annuale diffuso dal Dipartimento di Stato. Ma la Cina continua a negare alla sua popolazione diritti umani di base - afferma il rapporto - e continua a torturare i prigionieri. La lista nera stilata dal Dipartimento di Stato comprende quest'anno Corea del Nord, Birmania, Iran, Siria, Zimbabwe, Cuba, Bielorussia, Uzbekistan, Eritrea e Sudan. La Cina era stata inclusa negli ultimi due anni in questa lista dei paesi che compiono maggiori violazioni dei diritti umani. Il documento del Dipartimento di Stato segnala notevoli miglioramenti sul fronte del rispetto dei diritti umani in quattro paesi: Mauritania, Ghana, Marocco ed Haiti. Ansa.it
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venerdì, 07 marzo 2008, 14:04
WoeserA Tsering Woeser, scrittrice tibetana, invitata alla riunione annuale dell'Unione degli scrittori norvegesi, prevista il 9 marzo a Oslo, per ricevere un premio per il suo lavoro e il suo impegno a favore della libertà di espressione, è stato impedito di uscire dal Paese. Le autorità cinesi hanno infatti vietato il visto di uscita con la motivazione che la scrittrice, privata di fatto dei diritti di cittadinanza dal 2004, potrebbe "mettere in pericolo la Nazione".
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martedì, 04 marzo 2008, 20:50
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Gli occhi sono chiusi. E non va bene. Questa foto è costata il posto di lavoro a Wang Li del quotidiano cinese locale Tonghzou Newsletter. L'immagini ritrae il sindaco Deng Naiping nel corso di un workshop tenutosi il 9 gennaio. La foto è stata giudicata "politicamente scorretta " e "indecente".
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