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Leo Mila, 35 anni, presentatore di Radyo Natin, è stato ucciso, davanti all'entrata della stazione radio, da un killer che lo ha crivellato di proiettili nella città di San Roque (centro del Paese). La direttrice della radio ha dichiarato che il giornalista aveva recentemente animato un dibattito sulle anomalie seguite a una colletta di denaro in una scuola locale. Il giornalista inoltre aveva ricevuto minacce per aver denunciato la corruzione dilagante nella città. Leo Mila presentava tutte le mattine un programma che dava spazio alle lamentele dei cittadini. Il suo assassinio avviene a meno di un mese da quello di Aristeo Padrigao, presentatore di Radyo Natin, nella città di Gingoog City (nord dell'isola di Mindanao), e noto per programmi contro la corruzione, ucciso il 17 novembre scorso da due killer a bordo di una motocicletta.
Dennis Cuesta, giornalista di Radio Mindanao Network, è morto in seguito alle ferite riportate il 4 agosto quando un killer gli ha sparato ripetutamente mentre il giornalista camminava in un centro commerciale di General Santos City, sull'isola di Mindanao (sud del Paese). Dennis Cuesta conduceva il talkshow "Straight to the Point", ed era noto per il tono aggressivo con cui trattava soggetti controversi come la corruzione o il traffico di droga. Cuesta è il secondo giornalista di Radio Mindanao Network (RMN), ucciso in pochi giorni. Il 7 agosto Martin Rojas, era stato ucciso a Roxas City, sull'isola di Panay (centro del Paese) da un proiettile che gli aveva leso la colonna vertebrale.
Martin Rojas, animatore di Radio Mindanao Network (RMN), è stato ucciso a Roxas City, sull'isola di Panay (centro del Paese). Secondo l'agenzia Reuters, il giornalista è morto a causa di un proiettile che gli ha leso la colonna vertebrale. Il giornalista era stato attccato da uomini armati mentre stava rientrando nella sua abitazione. Martin Rojas è descritto dai suoi colleghi come un commentatore che aveva il coraggio di criticare sia i politici locali, sia i soldati e i poliziotti accusati di corruzione.
E’ difficile anche per me trovare le notizie e sono convinto inoltre che interessino solo chi fa il mio mestiere. Ma non voglio che diventi “normale” morire per un giornalista. Nell’ultima settimana ne sono morti (uccisi) tre: in Ecuador, Messico e Filippine. Trentuno vittime solo quest’anno. Tutti fatti fuori da chi non vuole testimoni, in terre lontane dalla libertà. Per conoscenza diretta della situazione mi colpisce particolarmente la fine di “Bert” Sison, ucciso dalle parti di Manila in pieno stile mafioso: è a passeggio con la figlia, come una persona normale, arrivano due sicari in moto, bum bum, chiusa un’altra voce del dissenso. Le cifre talvolta valgono più delle parole: nelle Filippine sono stati uccisi 24 giornalisti negli ultimi tre anni, 55 da quando c’è al potere Gloria Arroyo, gennaio 2001. Per non parlare dei rapiti, degli aggrediti, dei minacciati, degli arrestati, dei comprati. E nessuno da quelle parti ha il coraggio d’indignarsi. Il blog Tg1 Robert "Bert" Sison , giornalista radiofonico della provincia di Quezon ed editorialista di una testata locale, è stato ammazzato ieri sera da due sicari a bordo di una moto, mentre rientrava a casa con la figlia nella città di Sariaya (un centinaio di chilometri a sud di Manila). Lo riferiscono i giornali locali che danno ampio risalto all’ennesimo omicidio di un professionista dell’informazione nelle Filippine, considerato uno dei paesi più pericolosi dove svolgere il mestiere di giornalista. Al momento la polizia ha fatto sapere di non avere ancora nessuna pista sul movente dell’omicidio. “Questo clima di impunità che circonda chiunque se la prenda con i giornalisti deve finire. Il governo deve agire in maniera decisa per mettere fine a omicidi e minacce ai danni dei giornalisti” scrive oggi in una nota il sindacato dei giornalisti filippini - National Union of Journalists of the Philippines (NUJP) - diffusa all’indomani dell’uccisione ieri dell’ennesimo professionista dell’informazione in circostanze ancora poco chiare. Secondo le cronache locali, Nella nota, il sindacato dei giornalisti filippini chiede all’amministrazione di Manila di mettere immediatamente fine “all’ondata di uccisioni di professionisti dei media nella provincia di Quezon”. Lo scorso aprile il corrispondente da Quezon per il Daily Inquirer, forse il principale quotidiano locale, era miracolosamente sfuggito a un’imboscata. (Misna)
Negli ultimi tre anni nelle Filippine sono stati uccisi 24 giornalisti, oltre a quelli rapiti, feriti, arestati. Sono 55 le vittime nel mondo dell'informazione da quando è al potere la presidente Gloria Arroyo, gennaio 2001.
I due giornalisti della televisione filippina Abs-Cnb, sequestrati nove giorni fa nel sud del Paese, sono stati liberati. Lo riferisce l'agenzia Misna. Avrebbero dovuto intervistare esponenti del gruppo islamico radicale Abu Sayyaf, vicino ad al Qaida. Quando stavo a Manila, andavo a lavorare in quella televisione: efficiente, modernissima, messa su con capitali americani e dunque con le ultimissime tecnologie.
Il rapimento di un missionario non è un semplice fatto di cronaca; per un credente è una parola forte che richiama valori di fondo, per un cittadino dovrebbe essere comunque una provocazione a confrontarsi con la gratuità di chi lascia tutto per dedicarsi a popoli sconosciuti e in situazioni precarie. Scosso dalla notizia, quel 10 giugno mi sono domandato: "Perché è stato rapito proprio lui?" P. Giancarlo ho potuto conoscerlo lo scorso anno, visitando Mindanao, nel sud delle Filippine; ho gustato la sua umanità e semplicità. Ma non è certo uno di quei missionari noti per le lotte sociali, la difesa dei senza terra e dei tribali, uno di quelli che sono segnati a dito come "di sinistra" (come se difendere i poveri fosse di sinistra, e non semplicemente la "normalità" per un cristiano) e quindi oggetto di minacce anche di morte. Ne ho conosciuti diversi di questi missionari nelle Filippine, ma p. Giancarlo non è uno tra i più esposti, ha sempre lavorato a livello locale, senza clamori. E allora perché lui? La situazione nelle Filippine è complessa. Articolo21 Padre Davide Sciocco
![]() Manila – La discussione sul silenzio è vecchia quanto i sequestri. Succedeva già in Italia e si è riproposta poi in questi ultimi anni su scenari internazionali. Naturalmente le posizioni sono contrastanti. Per parlare del caso in corso, quello di padre Bossi, le polemiche che stanno crescendo mi sembrano tuttavia pretestuose. La diffusione delle foto del missionario italiano sono non soltanto un fatto normale, ma senza dubbio aprono la strada a un rapporto con i rapitori dopo un mese di buio assoluto. Finalmente quelli che lo tengono prigioniero si sono fatti vivi e, da quel che è dato di sapere, avrebbero contattato direttamente l’esercito filippino, segno di un canale su cui infilare la trattativa. Dove sta il problema, perché non dovevano essere diffuse, quale rischio riservano alla sorte di “Giancarlone”? C’è molta confusione su questo caso perché le Filippine sono lontane e non sono un posto facile, né da vivere né soprattutto da capire. Un mondo a se stante, fatto di criminalità e terrorismo, di fermenti separatisti e di no global, di guerriglieri moderati e di ribelli intransigenti, ma anche di corruzione, di una parte dell’esercito contro l’altro, della polizia contro i “due” eserciti, di gioco politico molto sporco, di una dittatura di fatto, di pesante incombenza americana. Un arcipelago bellissimo e poverissimo che va dai grattacieli alle bidonville, paradiso dei turisti e inferno dei poveri, con un tasso di disoccupazione del 73 per cento. Non dimentichiamo la denuncia internazionale: negli ultimi sei anni, da quando è al potere la presidente Arroyo, sono stati 800 gli omicidi politici, fra cui 52 giornalisti. E’ difficile capire stando qui, ormai da tempo, figuriamoci dall’Italia. Chi ha rapito padre Bossi non bada ai giornali e alla televisione, neppure quelli locali, pensate se può seguire la stampa internazionale. Qui non siamo in Iraq, non c’è un’organizzazione. Ci sono bande che scorrazzano liberamente. Hanno rapito padre Bossi, ci sono stato, in una stradina di campagna. Lui era solo, in moto. Loro in dieci, armati. Facile. E poi chiedono soldi, puntando su un territorio inestricabile. Il “rapporto” è questo, nessun altro. E allora che c’entra la polemica sulle foto? Qui non siamo dove al Qaeda manda i video, qui quel poveraccio di prete ha inciso il suo messaggio su un radioregistratore vecchio di cinquant’anni, mica ha mandato un file audio.
Tre settimane di silenzio, poi finalmente un pò di interesse da parte dei media allorché la polemica politica si è impadronita della vicenda: se questo è l’andamento mediatico sul fatto in questione, esso non rappresenta certo una prova di orgoglio per la categoria degli informatori. Ma il problema va naturalmente al di là della catalogazione entro cui si può definire questo sequestro - di serie A o di serie B? - portando a paragone la copertura mediatica offerta ad altri drammatici episodi di questo genere. Qui nessuno è impermalito – lo dico da giornalista cattolico – perché di padre Bossi si parla meno del collega a suo tempo rapito in Afghanistan. Semmai ad interrogarci è la nostra voglia effettiva di sapere i fatti del mondo, quali che siano, non importa la distanza o il colore politico dei protagonisti. Un’informazione che agisce a strappi infatti non fa mai un buon servizio alla propria causa. Articolo 21 Dino Boffo direttore "Avvenire"
Manila - Il discorso sull'interesse sarebbe lungo. Vorrei dire quello che penso da molti giorni, da quando sto qui (e ormai non sono pochi). Il problema non è il governo, che fa quel che può (la situazione è oggettivamente intricata). E' soprattutto la stampa. Lo dico da giornalista e non mi è facile. Sono l'unico inviato italiano qui e non è un bel segnale. Sui quotidiani escono solo gli scazzi politici sulla vicenda, niente sulla sorte del missionario. Addirittura meno, molto meno dei rapiti in Nigeria. Altro che Iraq o Afghanistan. Non solo: anche i movimenti di opinione sono fermi. Soltanto Articolo21 si è mosso con vigore. Gli altri niente, nonostante gli appelli. Anche quelli a cui è stato dato un appoggio incondizionato e appassionato per altre vicende. Allora, è giusto battersi per chi ci ha aiutato e lo abbiamo fatto con convizione. Ma, tanto per esser chiari, sugli stessi siti neppure una riga ancora su padre Bossi. Non sto giudicando, mi chiedo solo perchè. Niente nasce mai a caso. E non mi piace. O ci si batte sempre insieme per battaglie di pace e di libertà oppure ognuno sceglie le proprie battaglie che allora diventano però personali. Lo stesso vale per giornali che quando coinvolti direttamente hanno chiesto (e ottenuto) l'aiuto di tutti. Cosa c'è che non va? Perchè è solo un prete? E perchè deve finire tutto con la solita, avvilente diatriba fra destra e sinistra? Stavolta c'è pure l'aggravante di crociati contro moderati. Frequentando ormai da tempo luoghi difficili non ho mai fatto distinzione fra contractors e volontarie, fra giornalisti e tecnici, fra militari e sacerdoti. E neppure da chi dipendeva il Sismi. Ma solo fra gente che ha o non ha bisogno di aiuto. Giancarlone non può essere lasciato solo o, peggio, usato. Che squallore.
C’è gente, anche troppa de ‘sti tempi, a cui evidentemente piacciono i martìri. Fanno al caso loro. A noi no, a noi piace sapere di liberazioni, di abbracci, di incontri e rincontri, a noi piace la vita e vedere vivere. Per questo facciamo il tifo per Padre Giancarlo Bossi. Per Giancarlone. E seguiamo il racconto del grande Pinone alla ricerca di quel filo da annodare, per sperare in una felice conclusione della vicenda e per capire meglio le Filippine, oltre gli urli delle tragiche messeinscena di scontrini di civiltà triti e ritriti, tanto rassicuranti per chi anela semplificazioni in un mondo complesso. Leggiamo il comunicato del Pime e attendiamo silenziosi il momento di fare un acquerello dove i colori si paciughino in abbracci festanti.Mauro Biani L’associazione Articolo 21 - che per prima aveva sollecitato attraverso il proprio portavoce, il diessino Giuseppe Giulietti in Commissione di Vigilanza Rai, il caso di Don Giancarlo Bossi - oggi rilancia l’impegno per la liberazione di Padre Bossi. “Da oggi fino a quando non sarà liberato – afferma Giuseppe Giulietti – Articolo 21 sul proprio quotidiano on line www.articolo21.info – realizzerà interviste, articoli e manterrà alta l’attenzione su questo caso. E metteremo anche in prima pagina una foto del missionario italiano”. Per Articolo 21 vi è la necessità di una campagna forte anche in internet su questo caso. “Come abbiamo fatto per altri operatori di pace – prosegue Giulietti – anche per Padre Bossi serve la massima rilevanza mediatica. Il nostro è un invito alla stampa, ai media, ma anche a siti internet come Arcoiris, Peacereporter, quelli della tavola della Pace e tutti i siti di informazione a mettere in rete una grande campagna comune affinché Padre Bossi non diventi un rapito di serie “b”. Molti missionari italiani in queste terre difficili sono veri operatori di pace. Per questo – conclude Giulietti – per lui dobbiamo essere capaci di creare la stessa mobilitazione mediatica che c’è stata per le due Simona, per Mastrogiacomo, per gli operai rapiti in Nigeria”. La redazione di Articolo 21 propone oggi sul proprio sito internet un articolo di Pino Scaccia che, inviato nelle Filippine, ci spiega quel che sta succedendo. Articolo 21, inoltre, raccoglierà un appello dal mondo della cultura, dell’informazione, del cinema, del teatro, degli autori e dei registri a favore della liberazione di Padre Bossi nel corso del convegno “Il format che ancora non c’è” che si terrà a Roma Martedì 3 Luglio organizzato dalla Provincia di Roma e dall’Associazione. Firma su Articolo21
Delfin Mallari, corrispondente del 'Philippine Daily Inquirer', e Johnny Glorioso, di radioDZMM, che erano fortunosamente sopravvissuti a un tentativo di omicidio a sud della capitale Manila il 19 aprile 2007, sono perseguiti per diffamazione dal governatore della città di Quezon. Delfin Mallari aveva dichiarato alla stampa che il governatore era il mandante del tentativo di omicidio. Inoltre aveva inviato un rapporto dettagliato sul caso al Centro per la libertà e la responsabilità dei media (CMFR). Le Filippine sono uno dei luoghi più pericolosi al mondo dove svolgere la professione del giornalista. Nel 2007 sono già tre i reporter uccisi nel Paese. Nel 2006 furono nove. Nel 2005, dieci.
“Aderiamo alla campagna lanciata da Articolo21 per la liberazione di don Giancarlo Bossi, ma invitiamo i media a parlare anche del bagno di sangue che da anni si perpetra nelle Filippine “, così il presidente dell’associazione Information Safety and Freedom, Stefano Marcelli in una nota diffusa oggi .“ Dal 2000 a oggi – continua la nota di Isf - nelle Filippine sono stati uccisi 52 giornalisti, una cifra che colloca lo stato di Manila al secondo posto , dopo l’Iraq, nella graduatoria mondiale della violenza contro la stampa . Ma secondo Amnesty International, sono stati 244 gli omicidi politici dal 2001 al 2006 , molti dei quali hanno riguardato militanti , sacerdoti impegnati sul fronte dei diritti umani e civili disarmati “. “ Sostenere la liberazione di don Bossi – conclude la nota di Stefano Marcelli – significa quindi rispondere a un elementare principio di solidarietà , ma anche partecipare alla nascita di un movimento che porti la comunità internazionale e l’opinione pubblica a difendere l’incolumità e incoraggiare l’attività delle ong impegnate per l’affermarsi nelle Filippine dei più elementari diritti umani “.
Manila - Un giornalista della radio di Stato filippina è stato ucciso oggi da ignoti nella più meridionale delle isole Filippine, quella di Tawi Tawi. Lo riferiscono fonti locali, precisando che Vincent Sumalpong, giornalista dell’emittente radiofonica governativa Radyo ng Bayan (la radio del popolo) è stato ucciso da ignoti nella città di Bongao, capoluogo della provincia. Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, il giornalista sarebbe stato bersaglio dei colpi di un sicario mentre era a bordo di una moto con un suo collega, Vema Antham, rimasto ferito nell’agguato. Secondo Antham, ferito a un ginocchio, i sicari erano più di uno. Ignote al momento le ragioni dell’omicidio e la polizia ha detto di aver avviato indagini a tutto todno, prendendo in esame sia l’attività lavorativa di Sumalpong che la sua vita privata. Sumalpong è il terzo giornalista ucciso nelle Filippine dall’inizio dell’anno, ricorda oggi il locale sindacato dei giornalisti, aggiungendo che dal gennaio 2001 (da quando cioè è salita al potere la presidente Gloria Macapagal Arroyo) 52 reporter sono morti assassinati.
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