|
Nell'Ossezia de Sud sono stati rilasciati un giornalista, un cameraman della televisione polacca Tvp e il loro autista georgiano, dopo che erano stati fermati dalla polizia locale che li aveva consegnati ai militari russi, perchè accusati di essere spie. Il ministero degli Esteri polacco ha confermato il rilascio dei tre, precisando che è avvenuto ieri in modo "calmo ed efficiente". "Siamo stati accusati di essere spie. Ci hanno confiscato strumenti di lavoro e telefoni, e hanno visionato più volte il materiale che avevamo registrato" hanno detto i giornalisti.
Sale a cinque il bilancio delle vittime tra i giornalisti che seguono gli scontri tra le truppe russe e l’esercito georgiano nella guerra scoppiata venerdì scorso nella regione del Caucaso: Levent Ozturk, reporter. Guray Ervin, operatore. Grigol Tchikhladze, del settimanale Russia Network. Alexandre Klimtchouk, dell’agenzia di stampa Itar-Tass. Stan Storimans cameraman della TV Olandese Rtl Nieuws. Tblisi (Georgia). Una guerra sporca, come tutte le guerre, una guerra particolarmente dolorosa come tutte quelle fratricide. E anche una guerra delle bugie, dove notizie e smentite si accavallano da tutte le parti con una frequenza tale da far sorridere se non ci fosse sullo sfondo una grande tragedia. Dunque, una guerra difficilissima da seguire dove l’unico modo è il solito: quello di andare a vedere sul posto. Scrivo queste note di fretta, rimandando ai prossimi giorni un quadro della situazione più lucido, proprio perché sto andando a Kaspi dove sarebbero arrivati ieri sera i carri armati russi. Il posto, una frazioncina, si trova ad appena quaranta chilometri da qui ed è insomma una presenza inquietante così a ridosso della capitale, anche se il generalone che ho conosciuto ieri, Borisov, ha confermato che le intenzioni non sono aggressive. E’ vero, non è vero, è l’ampliamento dell’occupazione russa del territorio georgiano oppure l’ennesimo lancio propagandistico per aumentare l’allarme? Vado lì per guardare con i miei occhi e soltanto allora sarò certo di offrire al telegiornale un’informazione autentica. Si ripropone insomma il problema degli inviati ai tempi dei Balcani e più recentemente nei teatri irakeni e afghani. La testimonianza diretta resta l’unico mezzo per districarsi in situazioni manipolate, dove si va per schieramenti. Ma è un impegno sempre più difficile e rischioso. In pochi giorni qui in Georgia sono già morti quattro reporter (per non parlare dei feriti e degli aggrediti): una cifra allucinante in percentuale al tempo. Articolo 21 BlogTg1
Gori (Georgia). E’ stata una giornata convulsa, nervosa, un’altalena di sensazioni. Gori è ancora assediata ma è stato finalmente aperto un corridoio umanitario. Sono entrati generi alimentari e ambulanze dietro l’insistenza dei funzionari dell’Onu. Una colonna di auto nere ha portato dentro Gori anche il patriarca georgiano, Illa secondo, con suore e sacerdoti. Quando è uscito un generale russo, comandante del contingente, ha spiegato con stizza che ancora c’è lavoro da fare. Oggi hanno distrutto almeno duemila armi. “Distruggeremo tutto– ha detto – non vogliamo che ci sia una carneficina fra le varie etnie”. Poi ha invitato i reporter a visitare la città, ma la selezione è stata rigorosa: niente europei e naturalmente niente georgiani. Testimoni ci hanno raccontato di aver visto invece una decina di feriti gravi, almeno sei cadaveri e molti incendi. Le notizie politiche qui sembrano lontanissime, si aspettano solo ordini. Però arriva la conferma che le truppe russe sono saldamente ancora a Poti e a Senaki in un clima di grande violenza. Sale il nervosismo, i militari sono infastiditi dalla presenza della stampa internazionale. E prima di andar via raccogliamo la delusione di un portavoce del ministero dell’interno georgiano: i russi hanno detto che per ora non lasceranno Gori. La conferma sulla strada del ritorno. I carri armati di Mosca sono nuovamente avanzati, fino a Kaspi. Tblisi, la capitale, è a soli 40 chilometri. Non è stato un ferragosto propriamente sereno. Le scene rabbiose contro i giornalisti che avete visto al telegiornale (e che vi ripropongo nel link) sono avvenute ieri e ve le avevo già descritte. Stavo lì, a un passo. Quando hanno cominciato a sparare siamo andati tutti via, salvo quei poveri giornalisti georgiani aggrediti. No, non ci amano. Dicono che siamo nemici, che tifiamo per la Georgia. Era già successo con i serbi in Croazia. Soprattutto dicono che non raccontiamo la verità. Naturalmente la loro. I servizi al Tg1
Stan Storimans, cameraman della televisione olandese RTL-2, è morto in un bombardamento russo nella città Gori, nella Georgia centrale. Lo ha riferito la stessa televisione sul suo sito Internet aggiungendo che un suo collega, Jeroen Akkermans, corrispondente a Mosca di RTL-2 è stato ferito. Ieri, un giornalista georgiano, di cui ancora non si conosce il nome, e il suo autista, erano rimasti ucciso da un colpo di obice che aveva centrato la loro auto sulla piazza di Gori. Sale quindi a quattro il numero dei giornalisti morti dall'inizio del conflitto. Una dozzina sono i reporter feriti. Grigol Chikhladze, direttore di Alania TV, e Alexander Klimchuk, direttore dell’agenzia Caucasus Press Images e corrispondente di Itar-Tas, sono rimasti uccisi il 10 agosto a Tskhinvali mentre stavano coprendo l'ingresso delle forze georgiane nella provincia dell'ossezia del sud. Dalle informazioni raccolte da Orkhan Jemal, corrispondente di Russian Newsweek, i due giornalisti erano accompagnati da un reporter americano, Winston Federley e un altro reporter georgiano, Teimuraz Kikuradze. Tutti e quattro erano a bordo di una vettura privata quando hanno incontrato una barricata alzata dagli indipendentisti che hanno aperto il fuoco, uccidendo Chikhladze e Klimchuk, e ferendo gli altri due.
Giornalisti russi e occidentali bloccati a Tskhinvali hanno chiesto di favorire l'apertura di un corridoio per permettere l'evacuazione di donne, bambini, anziani e degli stessi corrispondenti, uno dei quali, l'inviato di Komsomolskaia Pravda, è rimasto ferito da un proiettile. Lo riferisce l'agenzia Interfax. In una lettera diffusa a Tskhinvali, i giornalisti affermano che «è ormai il terzo giorno che Tskhinvali subisce un bombardamento di artiglieria. Ci sono combattimenti nella città, manca l'acqua, non c'è luce, l'ospedale è distrutto». «Noi, 50 giornalisti e più di 200 donne, bambini e anziani, ci troviamo in un nascondiglio poco sicuro e praticamente in situazione di ostaggi, perchè non ossiamo lasciare la città a causa dei bombardamenti - prosegue il testo - chiediamo alla comunità internazionale, ai capi di stato, ai diplomatici, di organizzare un corridoio per la nostra evacuazione sotto la garanzia dei governi e delle organizzazioni internazionali».
postato da scaccia · permalink · commenti (1)
|
|