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IL MESTIERE DI RACCONTARE
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PINO SCACCIA

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“The world is a better place without fear" (Il mondo sarebbe migliore senza paura)
Dossier

Giornalisti uccisi nel 2009: 28 lista

Negli ultimi cinque anni 529 morti

Uccisi in Iraq dall'inizio della guerra: 265

Giornalisti e bloggers attualmente in prigione: 217
(Cina 79, Cuba 23, Eritrea 18, Iran 10, Birmania 9)

Reporter sotto sequestro: 14

La libertà di stampa nel mondo Rapporto 2007

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Per non dimenticare

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Marcello Palmisano

Quando muore uno di noi. Non importa la nazionalità e neppure il ruolo: può essere un fotografo o un fonico, un operatore o un producer: uno di noi. E allora ti accorgi che stai in mezzo a una guerra vera, dove sparano sul serio, non è un film, e se non capita a te ma a qualcun altro è solo casualità, destino. Inutili i giubbotti antiproiettile, le scorte, la prudenza, il mestiere, tutto il resto. Se ti arrivano granate o colpi di cannone o killer assetati di vendetta o guerrieri disperati e impauriti c’è poco da difendersi. Neppure il buonsenso basta perchè la storia è piena di passi molto riflessivi e poi l’incursione improvvisa, l’attacco a sorpresa e tu ti ritrovi lì, a un soffio dalla fine. Chiunque di noi si è trovato spesso in difficoltà. Ma nessuno di noi è un eroe nè ha la vocazione di diventarlo. Si va in guerra, sembra banale, come si va in qualsiasi altra parte del mondo a “raccontare”: può essere una festa e può essere l’inferno. La cosa strana è che continuiamo a sentirci dei privilegiati, solo per il fatto di stare in mezzo all’evento, occhi e anima di tutti gli altri. Molti purtroppo pagano irrimediabilmente la grande curiosità, questa voglia di capire.
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Parole

"Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”. Enzo Baldoni

"Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sè non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri". Joseph Pulitzer (1847-1911)

"Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito. Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti. Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo paese non mi toccherà. Perchè qui non si fa male ai colombi. I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti come me, ma come me liberi." Hrant Dink, il giorno prima di essere ucciso.

"Ci si mette in viaggio a causa di una tragedia, o perché travolti da un’insana passione. Ma andare altrove serve a scoprire gli altri. E se stessi. Ci si mette in cammino per fuggire dalla fame, dalla peste, dalla guerra, per cercare la sicurezza altrove”. " La nostra professione è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono invece ad essere dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori... In generale si tratta di una professione che richiede una continua lotta e un costante stato di allerta..." Ryszard Kapuscinski

"Non escludo che un giorno il mio caporedattore, che mi ha incaricata di coprire questa guerra, non sappia più cosa farsene di me, come di un vecchio articolo non pubblicato al momento giusto che viene buttato nel cestino".
Anna Politkovskaya

"Dietro di me non c'è altro che la mia coscienza, nei miei programmi futuri soltanto la tomba. Che vorrei, è ovvio, più lontana e con una lapide: 'Scrisse quello che poteva, mai quello che non voleva. Amen". Enzo Biagi

Sogno di vivere in un mondo senza frontiere e senza paure dove la guerra è un ricordo di un vecchio passato. Sogno di vivere in un mondo dove non esistono bombe né kamikaze, dove una madre non versa lacrime sul viso insanguinato di un neonato. Sogno di vivere in un mondo dove gialli neri bianchi e rossi si tengono tutti per mano, dove cristiani musulmani ed ebrei pregano nello stesso luogo, illuminati dalla stessa luce che irradia tutti i giorni i cuori dei bambini". Hafez Haidar , giornalista e scrittore libanese

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venerdì, 20 marzo 2009, 14:36
teheran“ Quello di Teheran è un regime corrotto che odia il proprio popolo . disprezza la vita umana e utilizza censura e terrore per vincere le prossime elezioni. Omidreza Mirsayafi, il blogger morto il 18 marzo nel carcere di Evin, è solo l’ultima vittima di una cieca politica di repressione attuata dal Governo Iraniano , che colpisce in particolare intellettuali, giornalisti, dissidenti impegnati a denunciare le pratiche di corruzione diffuse nel Paese “. Così inizia il documento diffuso oggi dall’esecutivo di Information Safety and Freedom, associazione internazionale per la libertà di informazione.“ Secondo said Hadi Ghaemi, portavoce di International Campaign for Human Rights in Iran – prosegue la nota di Isf – ‘ i leaders iraniani hanno relegato l’amministrazione del sistema carcerario a un gruppo di ufficiali incompetenti e crudeli che sta manifestando tutto il proprio totale disprezzo per la vita umana ‘.Il 6 marzo, il dissidente politico Amir Saran , condannato a otto anni carcere, è morto per ictus cerebrale e la famiglia accusa le autorità di non avergli prestato le cure necessarie, come nel caso di Omidreza. Il 16 marzo scorso, l’avvocato Nasser Zarfashan, noto per la sua attività a difesa dei giornalisti e degli scrittori, è stato bloccato all’aeroporto di Teheran mentre si recava a Bruxelles per un convegno sull’ecologia della politica. E’ proprio la denuncia degli atti di corruzione e di illegalità che fa scattare le manette in Iran “.“ Il 1 marzo scorso – si legge ancora nella nota dell’esecutivo di ISF - è stata arrestata la giornalista iraniano - americana Roxana Saberri : le autorità hanno detto di non conoscere in quale sezione del carcere di Evin sia chiusa e non si conoscono le accuse che le vengono rivolte. Il Regime Iraniano è stato il primo, assieme alla Cina, a mettere in atto una politica di censura del web in vasta scala. Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali le strutture sotto il controllo del Presidente Ahmadinejad stanno sottoponendo il Paese a una ondata repressiva. Solo negli ultimi giorni sono state arrestate 26 persone. E il boia di Teheran ha intensificato i suoi ritmi di lavoro . Il terrore è la più efficace arma di propaganda del regime “.  Stefano Marcelli presidente Isf
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sabato, 13 settembre 2008, 14:26
Sedici intellettuali azeri, riuniti in una casa per festeggiare il Ramadan, sono stati arrestati a Teheran. La mossa sembra essere una risposta alla manifestazione, organizzata poche ore prima a Bruxelles da un gruppo di azeri, per chiedere l'intervento della Comunità Europea contro le discriminazioni etniche in Iran. "Gli arresti della scorsa notte - ha detto un portavoce della comunità in esilio - suonano come un avvertimento alle istituzioni europee, per convincerle a non intervenire." Fra gli arrestati ci sono giornalisti, poeti e scrittori, come Ali Reza Sarrafi, direttore del settimanale 'Dilmaj'.
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martedì, 09 settembre 2008, 23:35
Un tribunale di Teheran ha condannato a sei mesi di carcere le giornaliste Parvin Ardalan, Jelveh Javaheri, Maryam Hosseinkhah e Nahid Keshavarz per aver pubblicato informazioni contro il regime. L’accusa è di aver collaborato con periodici digitali come 'Zanestan' (La città delle donne), attualmente oscurato, e 'Tagir Bary Barbary' (Cambio per l’eguaglianza) che sostengono la causa dei diritti delle donne in Iran. Secondo l’articolo 500 del Codice Penale della repubblica Islamica “chi fa propaganda contro lo stato può essere condannato da tre mesi ad un anno di carcere”. L’avvocata Shirin Ebadi, premio nobel per la pace e difensore delle quattro giornaliste ha dichiarato alla stampa la sua intenzione di presentare ricorso e ha dichiarato: “Parvin Ardalan, Jelveh Javaheri, Maryam Hosseinkhah e Nahid Keshavarz sono state condannate solo per aver pubblicato informazioni e critiche contro alcune leggi ingiuste contro le donne iraniane” ed ha espresso la propria preoccupazione per il visibile peggioramento della situazione. Al momento le quattro giornaliste sono state rilasciate in attesa del processo di appello.
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martedì, 09 settembre 2008, 23:34
La Corte suprema di Teheran ha annullato la condanna a morte di Adnan Hassanpour per vizio di procedura. Il tribunale ha deciso che il giovane giornalista curdo, perseguito per "attività sovversive contro la sicurezza nazionale", non poteva essere considerato un   "mohareb" (nemico di Allah). Il suo dossier è stato rinviato al tribunale di prima istanza nella città di Sanandaj (Kurdistan iraniano). Saleh Nikbakht, l’avvocato del giornalista, così ha espresso la sua soddisfazione: "spero che la giustizia non rifarà lo stesso errore". Adnan Hassanpour, 27 anni, era stato arrestato il 25 gennaio 2007, e rinchiuso nella prigione di Mahabad (Kurdistan). Attualmente è detenuto nella prigione centrale di Sanandaj. Il giornalista ha già fatto due lunghi scioperi della fame per denunciare la sua situazione di detenzione. Hassanpour lavorava per il settimanale 'Asou', almeno fino a quando il giornale non era stato chiuso per ordine del ministero della Cultura e dell'Orientamento islamico nell'agosto 2005. Il giornale trattava della questione curda, un argomento a cui le autorità iraniane sono molto "sensibili". Dopo la chiusura del giornale Hassanpour aveva lavorato per alcuni media stranieri, quali  Voice of America e Radio Farda, che realizzano notiziari in lingua farsi.  Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar (29 anni, anche lui giornalista curdo condannato a morte), sono stati al centro di una campagna europea per salvarli dal boia. La campagna di mobilitazione lanciata anche in Italia da ISF, assieme all’associazione Articolo21, la scorsa estate aveva raccolto le firme di 80 parlamentari italiani e raccolto l’impegno del Governo Italiano.
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sabato, 09 agosto 2008, 11:15

La giornata dedicata alla figura del giornalista in Iran, celebrata ieri, si è conclusa con l'arresto in tarda serata di Massoud Kordpour, uno dei più noti giornalisti curdi della Repubblica Islamica. Socio fondatore della Fondazione per la democrazia e i diritti umani nel Kurdistan iraniano, Massoud Kordpour collaborava con diverse testate iraniane e alcuni organi di stampa in lingua farsi pubblicate all'estero. Non è la prima volta che Kordpour viene arrestato. L'anno scorso fu incarcerato per qualche settimana con l'accusa di aver ''istigato gli insegnanti a scioperare''. Questa volta sembra che l'accusa per Kordpour sia quello di ''spionaggio'' a favore di potenze straniere per aver concesso interviste agli emittenti stranieri che trasmetto in curdo e in farsi. (fonte: ADN Kronos International)

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martedì, 05 agosto 2008, 16:58
Un giovane giornalista iraniano Yaghoub Mehrnahad è stato impiccato lunedì nel carcere di Zahedan, capoluogo del Beluchistan iraniano. Mehrnahad era stato arrestato 16 mesi fa con l'accusa di 'secessionismo'. Collaboratore della stampa locale e nazionale, Mehrnahad aveva fondato anche l'associazione giovanile Sedaye Edalat (la Voce della Giustizia), molto attiva a Zahedan, capoluogo del Beluchistan iraniano. Mehrnahad è stato condannato a morte con l'accusa di appartenenza a un gruppo armato, ma nessuna prova è stata presentata nel processo al quale non ha potuto presenziare neppure il legale dell'imputato. Un altro giornalista, Ali Dadashi, quest'ultimo appartenente all'etnia azera, è stato condannato a  rustate a Tabriz, capoluogo dell'Azerbaijan iraniano. Caporedattore di 'Armaghan', un settimanale di Tabriz, Dadashi è stato riconosciuto colpevole di ''calunnia''. In un articolo, il giornalista azero aveva denunciato un caso di speculazione edilizia che vedeva coinvolti alcuni esponenti vicini ai Guardiani della Rivoluzione.Notizie preoccupanti che fanno temere il peggio. Altri due giornalisti, questa volta curdi, attendono in carcere l'esecuzione della loro condanna a morte. Oggi i blogger iraniani hanno scelto di rimanere in silenzio per protestare contro l'esecuzione di Yaghoub Mehrnahad. E per chiedere al mondo di rompere il proprio silenzio. I giornalisti curdi hanno deciso invece di parlare, di esprimere non soltanto la condanna per l'impiccagione di un giovane giornalista, ma soprattutto per manifestare la loro viva preoccupazione per la sorte di Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar. L'impiccagione di Yaghoub Mehrnahad, meno noto dei due colleghi curdi, potrebbe aprire la strada all'esecuzione della sentenza di morte anche per Adnan e Hiwa, premiati da Information Safety and Freedom (ISF) a Siena il 30 novembre 2007. "Se non ci saranno proteste e condanne internazionali per l'assassinio di Yaghoub, il regime si sentirà autorizzato a mettere la corda al collo di Hiwa e Adnan", scrivono nel loro comunicato i colleghi curdi. Una preoccupazione condivisa pienamente anche da ISF, che chiede l'intervento del governo italiano e del le istituzioni europee per impedire al governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad di impiccare anche Hiwa e Adnan. Ricordiamo che su nostro sollecito l'ex premier Romano Prodi chiese pubblicamente la sospensione della condanna a morte di Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar.  (Information Safety Freedom)

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venerdì, 01 agosto 2008, 17:19
Il 28 luglio scorso, la sezione penale 1083 del tribunale di Teheran ha condannato il giornalista Massoud Heydari a tre mesi e un giorno di prigione ed a una ammenda di 15 milioni di rial (poco più di 1000 euro) per "pubblicazione di false notizie". In seguito alla pubblicazione di alcuni articoli  sul sito dell'agenzia di stampa ILNA, Heydari (fondatore nel 2002 di tale agenzia vicina ai riformatori) era stata denunciato dal ministero del Lavoro e della Salute e dall'università Amir Kabir situata nella capitale. L'agenzia ILNA ha avuto il merito di seguire e denunciare la  repressione avvenuta l'anno scorso nei confronti dei movimenti femministi e studenteschi. Per questo il 2 luglio 2007 era stata interdetta e Massoud Heydari era stato costretto a presentare le sue dimissioni.
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martedì, 24 giugno 2008, 20:29
“Non esiste al mondo un governo più accanitamente nemico dei giornalisti di quello di Teheran. Ed è bene che i giornalisti e le loro associazioni comincino a comportarsi di conseguenza“. Così si legge in una nota ufficiale di Information Safety and Freedom. Che prosegue: “Con una decisione del Ministro del Lavoro, il governo iraniano ha stamani abolito il Sindacato Indipendente dei Giornalisti, un’associazione che rappresenta più di quattromila iscritti in un Paese dove anni di violenta e spesso sanguinosa repressione non sono riusciti ad annientare una gloriosa tradizione di giornalismo e pubblicistica di alto livello intellettuale. Si tratta di un atto che nemmeno le più spregevoli dittature del secolo scorso avevano avuto il coraggio di compiere“. “Mentre manifestiamo la nostra più determinata protesta e la più convinta solidarietà ai colleghi iraniani che ritengono la decisione del governo ‘un atto illegale’ e continueranno la loro attività – prosegue la nota di Isf – invitiamo le associazioni italiane e straniere della categoria a mobilitarsi contro questo ennesimo, ripugnante atto di censura messo in atto dal regime di Teheran. Assieme ai colleghi iraniani chiediamo al governo di Teheran di ritirare il proprio atto. Invitiamo anche a riflettere quanti recentemente hanno collaborato con quel regime in occasione dell’Assemblea Generale della FAO , escludendo il collega Ahmad Rafat dalla prima giornata , nella quale era presente il presidente Ahmadinejad, su richiesta dei servizi iraniani. Chi collabora con un regime così sanguinario e liberticida non può non essere considerato un suo complice“.
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sabato, 07 giugno 2008, 00:57
“Prendiamo atto delle scuse manifestate dal direttore della divisione Informazione della FAONick Parsons al collega Ahmad Rafat ,escluso come persona indesiderata dal vertice di Roma. Ma l’episodio che ha colpito il membro del nostro esecutivo resta inquietante“, così si legge in una nota diffusa da Information Safety and Freedom. “Il fatto che si neghino pressioni da parte dell’establishment iraniano – dichiara il presidente di ISF Stefano Marcelli -, e che non si vogliano ricostruire né la dinamica né le dirette responsabilità che hanno portato all’esclusione del collega Rafat , non chiudono di fatto il caso in maniera soddisfacente. Resta l’amara sensazione che, in un momento in cui verso i giornalisti è in atto una vera e propria offensiva di aggressione da parte di governi dittatoriali e terroristi, un organismo internazionale abbia agito in modo così inspiegabilmente ambiguo nei confronti di un collega dalla specchiata carriera e dal provato impegno democratico. Il calo di tensione sulla difesa dei diritti civili da parte della Comunità Internazionale è uno dei primi fattori di rischio per una categoria che ormai lascia ogni anno sul terreno centinaia di caduti. ONU e FAO dovrebbero riflettere sul terribile messaggio insito nell’incidente romano. Il regime iraniano ha ricevuto un incoraggiamento nel proseguire nella propria persecuzione verso i giornalisti “.
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martedì, 03 giugno 2008, 12:29
Polemica nella polemica che riguarda il vertice Fao e le dichiarazioni anti-Israele Ahmadinejad. A Ahmad Rafat, giornalista iraniano vicedirettore di Adn-Kronos International, nonchè membro di «Information Safety Freedom», regolarmente munito di lasciapassare per la stampa, martedì mattina è stato negato l'ingresso alla sede della Fao, dove è in corso il vertice internazionale per l'emergenza alimentare. La giustificazione della sicurezza al divieto è stata: «È una persona non gradita». Rafat figura anche tra i promotori della manifestazione in programma sulla piazza del Campidoglio per «ricordare che ovunque in Iran è in atto una feroce repressione dei diritti umani e civile e, tra questi, uno dei più massacrati è proprio il diritto all'informazione e alla libera circolazione delle opinioni». Il direttore della comunicazione della Fao, Nick Parsons ha precisato che «la responsabilità della sicurezza alla conferenza Fao è nelle mani delle autorità italiane. Spetta a loro decidere». «Siamo coscienti che le autorità italiane - ha aggiunto Parsons - debono fronteggiare una situazione di grande responsabilità». «Considero molto grave che la censura di Ahmadinejad arrivi fino a Roma e che impedisca ad un giornalista, iscritto all'Ordine dei Giornalisti italiani e che dirige un'agenzia italiana, non possa esercitare la propria professione perché ha opinioni negative, come moltissimi italiani, su un governo che ha chiuso oltre cento giornali in due anni e ha lasciato senza lavoro oltre mille giornalisti» ha detto Ahmad Rafat. A sua difesa la vicepresidente del Senato, Emma Bonino: «Credo che la cosa migliore sia avvertire il governo italiano che presiede la conferenza perché intervenga» ha detto.
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mercoledì, 21 maggio 2008, 23:03
Dodici siti Internet gestiti da femministe iraniane sono stati filtrati dalle autorità di Teheran, secondo il quotidiano 'Kargozaran'.L'ordine riguarda i siti con base in diverse città dell'Iran, ma anche in Germania, negli Usa, a Cipro e in Kuwait, che facevano propaganda alla 'campagna per un milione di firme' portata avanti da due anni dalle attiviste iraniane. Esse intendono raccogliere tante adesioni per chiedere l'abolizione delle leggi che limitano i diritti delle donne.
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lunedì, 12 maggio 2008, 22:38
meIl blog di Mehdi Mohseni è stato bloccato senza alcuna spiegazione dalle autorità. Un articolo pubblicati il 1° marzo u.s. potrebbe essere all'origine della nuova censura. Nell'articolo si tratta di inquinamento nella provincia del Khuzestan (sud del Paese) da dopo gli anni 1980. Secondo l'articolo "tale inquinamento è senza precedenti e le condizioni dell'aria sono talmente difficili da costringere varie amministrazioni locali a chiudere le scuole". Sul suo blog, Mehdi Mohseni rimprovera alle autorità di non far nulla per informare i cittadini dei pericoli che stanno correndo e di aver abbandonato un progetto, nominato "cintura verde", che avrebbe permesso di ridurre i guasti del 50%. L'attuale blocco del blog è il quarto dal 2004. Anche negli altri casi le motivazioni andavano ricercate nelle critiche circostanziate ai governanti iraniani.
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giovedì, 08 maggio 2008, 11:41
Dopo tre anni di accanimento giudiziario, il giornalista e militante dei diritti umani Emadoldin Baghi è stato assolto dalla 44ma Camera del Tribunale di Appello di Teheran. Il 31 luglio 2007, era stato condannato in prima istanza a tre anni di prigione con l'accusa di "azioni contro la sicurezza nazionale " e "pubblicità in favore degli oppositori al regime". La Corte ha egualmente annullato la condanna a tre anni con la condizionale, comminata alla moglie, Fatemeh Kamali Ahmad Sarahi, direttrice del mensile 'Jameh-e-no', e alla figlia Maryam Baghi. Tutti e tre erano stati perseguiti per aver partecipato, nel 2004, a una serie di conferenze sui diritti dell'uomo che si tenevano negli Emirati Arabi. Emadoldin Baghi è comunque sempre incarcerato nella prigione di Evin dove sta scontando un anno di prigione per un'altra condanna. Il giornalista dovrà inoltre comparire, il 18 giugno prossimo, davanti a un tribunale della rivoluzione di Teheran per aver preso la difesa, in alcuni suoi articoli, dei condannati a morte nella regione del Khouzestan (sud-est del Paese).
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lunedì, 21 aprile 2008, 21:49
La corte penale del Kurdistan iraniano, che ha sede nella città di Sanandaj, ha ordinato la chiusura definitiva del settimanale in lingua curda 'Rouji Ha Lat', accusato di aver ricevuto fondi dall'estero. Secondo la corte, il giornale avrebbe violato la legge sulla commercializzazione delle sue copie, in quanto la vendita nel Kurdistan iracheno rappresenterebbe una fonte di provenienza straniera e quindi illegale. In Iran, infatti, nessun media nazionale è autorizzato a ricevere aiuti finanziari dall'estero. Anche tre giornalisti della redazione, perseguiti per "azioni contro la sicurezza nazionale" sono stati condannati a versare una ammenda di 300mila toumen (300 euro). Nel 2006, Farhad Aminpour, Reza Alipour e Saman Solimani erano stati incarcerati per un mese prima di essere stati rilasciati sotto cauzione.
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venerdì, 11 aprile 2008, 12:48
Esmail Jafari era stato già arrestato il 7 aprile scorso nella città di Bushehr per  aver coperto una manifestazione di operai che protestavano contro il loro licenziamento. Altri due giornalisti erano stati egualmente fermati. Tutte e tre erano stati rilasciati dopo poche ore. Ma il giorno dopo agenti del ministero dell'Informazione hanno perquisito l'abitazione di  Esmail Jafari, confiscandogli l'hard disk del computer e alcuni documenti personali. Poi lo hanno arrestato. Secondo il sito Sook , il giornalista è accusato di "spionaggio" e di "divulgazione di informazioni all'estero". Esmail Jafari lavora per i settimanali locali 'Nassr Bousher' e 'Baharestan' ed è redattore per il blog Rah Mardom  («La via del popolo») che critica regularmente la politica del governo del presidente Mahmoud Ahmadinejad.
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domenica, 30 marzo 2008, 07:44
Il governo di Kabul ha inviato una protesta ufficiale a Teheran per la detenzione di Ali Mohagheghnasab, il giornalista afghano arrestato tre settimane fa a Qom. La protesta afghana giunge dopo il fallimento di tutti i tentativi dell'ambasciata di Kabul a Teheran di incontrare il giornalista. Nemmeno la moglie iraniana di Mohagheghnasab è riuscita a vedere il marito, il cui arresto rimane circondato ancora da mistero. Mohagheghnasab aveva avuto problemi anche in Afghanistan, dopo la pubblicazione di un suo articolo, in cui si criticava la condanna a morte di musulmani che abbandonavano l'islam per abbracciare altre fedi. Alcuni ulema, capi religiosi, lo avevano accusato di eresia chiedendo per lui la pena di morte, ma il tribunale aveva rigettato le accuse e assolto il giornalista, che si era già rifugiato in Iran durante il governo dei Taliban. Al momento dell'arresto il giornalista era rientrato a Qom, per riportare a Kabul moglie e figli.
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mercoledì, 19 marzo 2008, 23:44
“Mandare sulla forca due volte la stessa persona è possibile? Accade in Iran, dove la magistratura ha di nuovo condannato a morte Hiwa Boutimar, giornalista e militante ambientalista della zona del Kurdistan iraniano. Quello di Teheran è un regime senza giustizia e crudelmente privo di misericordia “. Così si legge nella nota diffusa oggi da Information Safety and Freedom e Articolo21.“ Processato nel giugno scorso dal Tribunale della Rivoluzione di Sanandaj, assieme al collega Adnan Hassanpour, autorevole columnist della minoranza curda, Hiwa era stato condannato a morte con lui come ‘ nemico di Allah ’ – ricordano ISF e Articolo21 - , solo in base alla propria attività critica verso il governo “.“ Si trattava di due condanne a morte fondate su reati di opinione – si legge ancora nel documento – che suscitarono una grande indignazione e una campagna che, partita dall’Italia, si estese a tutta Europa sia alla società che alle massime autorità istituzionali . Una mobilitazione che spinse l’Autorità Giudiziaria della Repubblica Islamica ad annullare per difetti di forma il primo verdetto. Oggi si è saputo che anche i giudici del secondo processo hanno emesso una condanna a morte per il giovane giornalista, nemmeno trentenne “.
“ Hiwa Boutimar – dichiarano ISF e Articolo21- deve dunque essere ucciso, ad ogni costo, per aver tentato di difendere le acque e i boschi del suo Paese dalla cementificazione e le fiamme e soprattutto per aver denunciato la corruzione dei governanti che si arricchiscono con queste speculazioni . E’ un atto persino più ripugnante della censura politica, che rende le istituzioni giudiziarie iraniane complici sanguinarie di malfattori comuni “. “ Il nuovo processo per Hiwa si è svolto, a quanto si apprende da fonti vicine ai familiari del giornalista, nelle stesse modalità della prima istanza e cioè in assenza dell’ imputato e del suo legale. La nuova condanna a morte, emessa subito dopo le elezioni parlamentari in Iran, non è stata ancora comunicata ufficialmente a Hiwa, detenuto a Mariwan, e alla sua famiglia, ma soltanto verbalmente all’avvocato. La revoca della condanna di Hiwa – ricorda la nota di ISF e Articolo21 - era stata chiesta dalla Presidenza portoghese dell’Unione Europea, dai governi di Roma e Parigi e da una sessantina di deputati italiani. Durante incontri avuti a Roma, nel mese di dicembre, dai familiari di Hiwa, istituzioni locali e nazionali avevano condannato la decisione iraniana di impiccare il giornalista curdo “. 
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lunedì, 10 marzo 2008, 12:07
ardalanParvin Ardalan ha accumulato una lunga esperienza di attivismo per i diritti civili, anche se ha un viso da ragazzina, e quando le chiedo come è arrivata a definirsi «femminista» mi parla della rivoluzione del 1979. Allora lei aveva appena dodici anni: «Prima della rivoluzione avevo una bicicletta, dopo mi hanno detto che non potevo usarla. Un giorno poi mi hanno fatto uscire da scuola perché non avevo il foulard, e da quel momento ho dovuto coprire la testa. Voglio dire: mi hanno fatto capire molto presto la differenza di essere donna». Era l'epoca in cui le donne che avevano partecipato alla rivoluzione contro il regime dittatoriale dello Shah si sono sentire dire che il loro posto era separato: le magistrate dovevano lasciare i tribunali, le insegnanti dovevano passare al vaglio della «rivoluzione culturale islamica», tutte dovevano rispettare l'abbigliamento islamico, e nuove leggi ispirate alla shari'a ridefinivano il loro statuto personale: diritto di famiglia, eredità... La cosa non è andata liscia: l'8 marzo del 1980 migliaia di donne avevano traversato il centro di Tehran verso la piazza Azadi («Libertà», così ribattezzata dopo aver ospitato gli oceanici raduni della rivoluzione): gridavano «nella primavera della libertà manca il posto per le donne».Parvin però era piccola, «una bambina può solo obbedire». Ecco dunque una rappresentante della folta generazione di donne iraniane cresciute «sotto l'hijjab», il copricapo islamico. «Quando sono arrivata all'università era impossibile perfino parlare con i compagni di corso, non come adesso». Marina Forti
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martedì, 04 marzo 2008, 14:12
Adnan è salvo. Almeno così ha assicurato al suo avvocato il capo dell’Autorità Giudiziaria della Repubblica Islamica, l’ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi. Grazie alla mobilitazione voluta con forza dall’Isf e da Articolo21, siamo riusciti a salvare dalla forca due giornalisti curdi, Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar. Il processo contro questi due giornalisti curdi sarà rifatto. Questa volta senza l’accusa di mohareb (nemico di Allah) che aveva indotto il giudice del tribunale di Mariwan ad emettere nei loro confronti la sentenza capitale. Nel nuovo processo (speriamo questa volta a porte aperte e alla presenza di tre giudici e degli avvocati difensori, come del resto prevede il codice iraniano) i due giornalisti dovranno rispondere delle altre accuse (sinceramente grossolane e non provate da uno straccio di prova) come spionaggio a favore di potenze straniere (leggi interviste concesse a radio in lingua farsi che trasmettono dall’estero) e collaborazione con organizzazioni illegali (leggi il Partito Democratico del Kurdistan membro dell’Internazionale Socialista).  Personalmente da mesi attendevo l’annuncio della notizia dell’annullamento della condanna a morte di Adnan, per festeggiarlo con tutti gli amici che negli ultimi sette mesi si erano impegnati in questa campagna. Sfortunatamente non posso farlo. La stessa persona che con una chiamata telefonica da Teheran mi avvertiva che Adnan era salvo, mi ha anche informato che un altro giornalista, questa volta un belucho, era stato condannato a morte a Zahedan, capoluogo del Beluchistan iraniano. Il nuovo giovane collega che rischia la forca si chiama Yaghoub Mehrnahad. Yaghoub è stato arrestato cinque mesi fa, al termine di una riunione dell’associazione culturale Edalat, di cui faceva parte. Anche Yaghoub, come Hiwa e Adnan, è stato riconosciuto un mohareb, nemico di Allah. Anche Yaghoub, come Adnan e Hiwa, è di fede sunnita. Anche Yaghoub, come Adnan e Hiwa, appartiene ad una minoranza etnica, è belucho. Anche Yaghoub, come Adnan e Hiwa, è accusato di aver avuto rapporti con un’organizzazione illegale. Anche Yaghoub, come Adnan e Hiwa, è stato processato in un’aula vuota, in assenza di suoi legali. Yaghoub Mehrnahad aveva fondato con altri giovani beluchi l’associazione Edalat (Giustizia), aveva un suo blog dove non promuoveva ribellioni e rivolte armate, ma semplicemente criticava i burocrati locali e le loro malversazioni in una regione, il Beluchistan, ritenuta economicamente la più depressa della Repubblica Islamica. Il suo blog era un punto di riferimento, così come erano apprezzati i suoi articoli sulla stampa locale. I blogger iraniani, che a suo tempo condannarono con forza la detenzione di Yaghoub, oggi in un nuovo comunicato chiedono la revisione del processo che lo ha condannato a morte. Ahmad Rafat Articolo21
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venerdì, 21 dicembre 2007, 00:33
Mohammad Javadruh, giornalista dell'ufficio stampa del partito riformista Mosharekat, che raccoglie i sostenitori dell'ex presidente Mohammad Khatami, è stato condannato a 35 frustate e una multa di circa 80 euro. Javadruh, secondo il suo legale Abdolfattah Soltani, è stato condannato "a questa pena degradante per un articolo pubblicato cinque anni fa sul quotidiano 'Yas Now', chiuso in seguito per ordine della magistratura". "Nell'articolo - prosegue l'avvocato - Javadruh sosteneva l'esistenza di una corrente all'interno del potere che voleva limitare la libertà  d'espressione  ricorrendo alla censura, senza però citare mai nessuna persona fisica o partito e organizzazione politica".
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domenica, 16 dicembre 2007, 00:22

Continua la stretta delle autorità di Teheran contro la stampa iraniana: un giornalista curdo iraniano, Omid Ahmadzadeh, è stato arrestato a Sanadanj, nell'ovest del paese. Il suo fermo segue quello avvenuto meno di una settimana fa, sempre a Sanadaj, di un altro giornalista, Reza Valizadeh. Altri 5 giornalisti curdi sono in carcere da tempo, e due di loro, Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar, sono stati condannati a morte. Questi ultimi due hanno ricevuto venerdì 30 novembre il premio "Città di Siena - Isf" per la libertà d'informazione. Altri due giornalisti curdi detenuti da tempo nelle carceri della Repubblica Islamica sono Aku Kordnasab, Jalal Kabudvand e Ejlal Aghvami. In totale sono 14 i giornalisti attualmente detenuti nelle carceri della Repubblica Islamica, tra i quali figura anche Emadeddin Baghi, una delle firme più prestigiose del giornalismo iraniano.

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mercoledì, 12 settembre 2007, 21:02

Essere giornalisti nella Repubblica Islamica di Mahmoud Ahmadinejad, soprattutto se non allineati con l’attuale governo, è un reato grave. Lo hanno denunciato proprio in questi giorni 120 tra le più prestigiose firme del giornalismo iraniano, in una lettera indirizzata al governo, nella quale denunciano le forti pressioni che subiscono ogni giorno nell’esercizio della loro professione. L’associazione Reporters sans frontières continua a definire la Repubblica Islamica «la più grande prigione dei giornalisti nel Medio Oriente». L’Iran ha anche un altro primato, quello di essere il secondo paese, preceduto solo dalla Cina, per il numero delle condanne a morte eseguite, che sono ormai quotidiane. Le grandi agenzie internazionali aprono i loro notiziari trasmessi da Teheran con la notizia della condanna, o delle condanne, eseguite o emesse in giornata. Due di queste condanne emesse recentemente dal Tribunale della Rivoluzione di Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, riguardano due giovani curdi. Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar, ex redattore del settimanale Asu, chiuso nell’estate del 2005 dopo alcune manifestazioni nelle città curde, per la sola ragione di aver informato la cittadinanza delle richieste dei manifestanti, sono stati condannati, lo scorso 17 luglio, alla pena di morte. Sono stati definiti dalla corte rivoluzionaria mohareb, nemici di Allah. Non sono i primi a essere condannati per questo reato che non è mai stato definito nel codice penare iraniano. Sono nemici di Allah i trafficanti di droga, gli omosessuali, i laici e i controrivoluzionari. Praticamente tutti possono essere definiti nemici di Allah, a maggior ragione se, come Adnan e Hiwa, si tratta di giornalisti, ambientalisti, laici e socialisti. Adnan e Hiwa sono stati condannati in un tribunale a porte chiuse: non era consentito essere presenti nemmeno agli imputati e ai loro due avvocati. I due difensori hanno appreso della condanna a morte per impiccagione dei loro assistiti solo dopo che le famiglie dei due giornalisti avevano ricevuto la comunicazione giudiziaria. Adnan e Hiwa, trasferiti qualche giorno prima del processo, durato 23 minuti, dal carcere della loro città, Marivan, al centro di detenzione del ministero dell’Intelligence a Sanandaj, hanno saputo della loro condanna a morte casualmente e una settimana dopo. Da allora hanno iniziato uno sciopero della fame, che dura ormai da due mesi. Ahmad Rafat Isf

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lunedì, 10 settembre 2007, 13:28
L’ayatollah Khamenei ha di nuovo violentemente attaccato i media iraniani accusandoli di "malevolenza" e di "collaborazione con i media stranieri".  L’ayatollah ha ugualmente denunciato "l'esagerazione" dei titoli degli articoli che avevano salutato, il 3 settembre scorso, la nomina dell'ex presidente della Repubblica Akbar Hashemi Rafsanjani alla testa dell'Assemblea degli esperti (il conclave politico-religioso a cui la Costituzione iraniana attribuisce il potere di scegliere la Suprema Guida, contestarne le scelte ed eventualmente imporne le dimissioni). Tali dichiarazioni seguono di appena una settimana la pubblicazione di un comunicato, firmato da 150 giornalisti, che protestavano contro il degrado della situazione della libertà di stampa nel Paese. Nel testo, essi denunciavano la convocazione di molti direttori di giornali da parte del procuratore di Teheran, Saïd Mortazavi, per impedir loro di pubblicare notizie riguardanti la sorte di tre studenti incarcerati da tre mesi per aver reso pubblici articoli giudicati "anti-islamici". Intanto la giornalista irano-americana di Radio Farda, Parnaz Azima, è stata convocata da agenti del ministero dell'Informazione, che le hanno comunicato che poteva ritirare il passaporto e quindi lasciare il Paese. La giornalista (al centro di una querelle internazionale) aveva visto confiscare il passaporto al suo arrivo in Iran nel gennaio 2007 mentre tornava a visitare la madre gravemente malata. La giornalista è tuttora perseguita nel Paese per "attività controrivoluzionaria e azioni contro la sicurezza dello Stato".
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venerdì, 31 agosto 2007, 17:36

adnanSono passati otto mesi, da quel giorno che le forze di sicurezza hanno messo a soqquadro la casa di mia madre a Marivan, portando via con loro mio fratello Adnan. Sono otto mesi, che vivo con il terrore di non poter più rivedere mio fratello. Questa angoscia che ormai mi accompagna in ogni momento  della mia vita, si è trasformata in un incubo, quando ho appreso che Adnan e Hiwa, l’altro mio fratello e concittadino, sono stati condannati a morte da un tribunale che non ha voluto nemmeno ascoltarli. In un primo momento, tutto questo mi semnbrava surreale, un brutto film da dimenticare. Volevo convincermi che c’era stato un errore, due giovani impegnati a difendere i diritti dei loro concittadini, uno con i suoi articoli e l’altro militando in un’organizzazione a tutela dell’ambiente, non potevano essere condannati a morte per impiccagione. L’errore non c’era, e le condanne a morte erano una realtà violenta che aveva fatto irruzione nelle nostre vite di semplici cittadini curdi. In questo periodo però, non ci siamo sentiti soli. Tanta gente, anche nei paesi lontani e sconosciuti, come la vostra bella Italia, si è stretta intorno a noi e al nostro dolore. Abbiamo scoperto che in giro per questo mondo, diventato ormai un villaggio globale, avevamo tanti amici. Tanti amici, che insieme a me, alla mia anziana madre e alla giovanissima moglie di Hiwa, si sono battuti contro questa grande ingiustizia. La nostra voce, la vostra voce, e la voce di governi, come quello italiano, e delle istituzioni internazionali, come l’Unione Europea, non è stata però presa in considerazione dal governo di Teheran, che sembra voler dar seguito alla sentenza di condanna a morte emessa nei confronti di Adnan e Hiwa. Mio fratello e il suo compagno di disavventura, attualmente rinchiusi in una cella del centro di detenzione di Sanandaj, gestito dal ministero dell’Intelligence, da  40 giorni sono in sciopero della fame. I loro legali che hanno potuto incontrarli per la prima volta negli ultimi tre mesi, parlano di “due larve umane che versano in condizioni fisiche e psichiche preoccupanti”. Nessun medico ha potuto visitare Adnan e Hiwa, che da 40 giorni si nutrono solo di acqua e sale. Ogni giorno, la distanza tra le loro vite e la morte si accorcia. A quanto pare, la condanna espressa dal tribunale è in via di applicazione. Adnan e Hiwa non saranno però impiccati, come stabilisce la sentenza del Tribunale della Rivoluzione. Sarà la morte per agonia a prendersi la vita di questi due giovani.Cari amici italiani, cari amici di Articolo21 e dell’Information Safety & Freedom, onorevoli deputati del Parlamento italiano che avete aderito all’appello contro la pena di morte di Adnan e Hiwa, rispettabile governo di Roma che hai espresso la tua preoccupazione per la sorte di mio fratello e del suo compagno di cella, vi supplico e vi scongiuro, anche in nome della mia anziana madre e della giovanissima moglie di Hiwa, non abbandonateci. Aiutateci a impedire che una morte lenta, ponga fine alla vita di due giovani che hanno una sola colpa, quello di aver difeso le loro idee e i diritti del loro popolo. Leyla Hassanpour sorella del giornalista Adnan Hassanpour, condannato a morte insieme al suo collega Hiwa Boutimar Articolo21

Anche il consiglio di sicurezza dell'Onu apre un dossier sul caso

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venerdì, 31 agosto 2007, 13:48
baghiIl noto intellettuale, scrittore e giornalista Emadeddin Baghi, è stato condannato in Iran a tre anni di carcere con la condizionale, con l’accusa di aver "incitato l'opinione pubblica alla ribellione contro lo Stato". Una delle prove a suo carico è una intervista nella quale Baghi critica la condanna a morte di alcuni iraniani di etnia araba. Insieme a lui, sono state condannate a tre e cinque anni di carcere, sempre con la condizionale, anche sua moglie e sua figlia. Giornaliste anche loro, sono accusate di "collaborazione con il nemico" per aver partecipato a un seminario sui diritti umani organizzato da una fondazione americana a Dubai. Direttore dell'Associazione per la difesa dei diritti dei detenuti, Baghi era già stato condannato nel 2000 a tre anni di carcere, due dei quali condonati, per la pubblicazione di un articolo in cui si esprimeva contro la pena di morte.
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lunedì, 27 agosto 2007, 15:16

Oggi pomeriggio tutti a Roma, per difendere il diritto alla vita, il diritto di dissentire, il diritto di essere diversi. L'appuntamento è alle 18.30, in via XX Settembre, davanti alla sede dell'ambasciata britannica a Roma. Non per protestare contro il governo di Londra, ma per fermare il boia e liberare il dissenso. Pegah Emambakhsh, la quarantenne iraniana, che ha rivendicato il diritto di essere omosessuale, in un paese dove gli omosessuali sono arrestati, umiliati, talvolta torturati e in qualche occasione anche impiccati, dovrebbe essere salva. Pegah, infatti, non sarà sul volo che martedì sera da Heathrow partirà per Teheran. Grazie alla mobilitazione di massa e alla sensibilità dimostrata dal governo italiano, probabilmente tra pochi giorni Pegah sarà qui con noi in Italia.  Articolo21

Firma per fermare il boia: sempre, comunque e dovunque

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