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Le autorità israeliane stanno mantenendo un “silenzio inaccettabile” sulla sorte del giornalista siriano Ata Farahat, in arresto senza spiegazioni da oltre un anno. La denuncia arriva da Reporter senza frontiere (Rsf), l’organizzazione internazionale per la libertà di stampa che in questi giorni ha emesso un comunicato per richiamare l’attenzione internazionale sulla vicenda. Farahat, corrispondente del quotidiano siriano al-Watan e della televisione pubblica di Damasco, è stato arrestato il 30 luglio del 2007 nella sua casa di Buqata, nel nord delle Alture del Golan, da un’unità delle forze speciali Yassam. Il suo processo è iniziato, a porte chiuse, il 2 marzo 2008. Da quel momento ci sono state 17 udienze, ma nessuna notizia in merito è arrivata all’esterno, in quanto - per ordine della magistratura israeliana - i media dello Stato ebraico hanno il divieto di pubblicare notizie riguardanti il procedimento. Come ha raccontato a Rsf la sua famiglia, Farahat in questo momento si trova nella prigione di al-Jalbou, a Beit Shean, a circa 120 chilometri da Gerusalemme. In oltre un anno di detenzione, il reporter siriano ha potuto ricevere solo le visite dei suoi familiari stretti e degli avvocati. Tuttora non è noto quali siano le accuse a suo carico. “Il blackout imposto dal sistema giudiziario israeliano è inaccettabile e non è degno di una democrazia - ha dichiarato Rsf – Qualunque sia l’accusa, Ata Farahat ha diritto a un processo giusto e trasparente”.
L'aggressione del corrispondente dell'Inter Press Service (IPS) Mohammed Omer dovrà essere chiarita dal personale della sicurezza israeliano. Che però non sembra intenzionato a farlo. Omer è stato aggredito e umiliato dal personale della sicurezza israeliano presso il confine di Allenby tra Israele e Giordania, mentre tornava a casa nella striscia di Gaza la scorsa settimana. Omer era di ritorno dall'Europa, dove aveva contattato alcuni parlamentari europei per aggiornarli sulla situazione a Gaza. A Londra aveva ritirato il premio giornalistico Martha Gellhorn 2008 (insieme ad un altro corrispondente dell'IPS, Dahr Jamail). Omer, che collabora anche con 'The Washington Report', ha raccontato all'IPS di essere stato insultato verbalmente, perquisito dopo essere stato costretto a spogliarsi e picchiato, e infine ricoverato in ospedale con le costole rotte e conseguente trauma. Parlando all'IPS a Gerusalemme, i funzionari israeliani negano che il vincitore del premio sia stato maltrattato. Hanno riferito che il giornalista di Gaza aveva "perso l'equilibrio" dopo essere stato perquisito per "sospetto contrabbando di merci illegali". I funzionari non hanno saputo spiegare come Omer, che è ancora in ospedale molto sofferente, abbia potuto "perdere l'equilibrio" riportando fratture alle costole e un braccio pieno di lividi in seguito alla "caduta". Gli israeliani non hanno saputo spiegare quali merci illegali sospettavano che Omer avesse cercato di introdurre illegalmente. È stato aggredito dopo essere passato ai raggi X e dopo una perquisizione completa di tutto ciò che aveva con sé. I funzionari si sono limitati a dire che volevano vederci più chiaro.
I familiari di James Henry Dominic Miller, un famoso operatore e produttore televisivo gallese (vincitore anche di un Emmy Award) ucciso a Gaza cinque anni fa (il 2 maggio 2003) dalle truppe israeliane, hanno annunciato di essere disposti ad accettare un indennizzo di 1,8 milioni di sterline (2,24 milioni di euro) dallo Stato israeliano, nonostante il timore che si tratti di un pretesto per ritardare il processo per la morte del loro caro. L'operatore, secondo gli inquirenti britannici che hanno condotto una indagine parallela a quella israeliana, fu ucciso con un colpo d'arma da fuoco alla nuca esploso da un soldato israeliano. La storia
La polizia isrealiana ha chiuso la redazione della radio RAM FM a Gerusalemme e ha confiscato il suo radiotrasmettitore che perturberebbe, secondo quanto è stato riferito dalla stessa polizia, "le comunicazioni tra gli aerei e la torre di controllo dell'aeroporto Ben Gurion". Sette collaboratori di Ram FM, tra i quali anche tre giornalisti, sono oggi agli arresti domiciliari (lo resteranno ancora per una settimana) dopo aver passato una notte in un commissiariato della città. Tuuti e sette sono stati rilasciati dopo aver pagato cauzioni che vanno dai 10 000 ai 25 000 shekel (ovvero dai 1770 ai 4400 euro). "I metodi usati per chiudere la radio sono sproporzionati. I collaboratori di RAM FM hanno passato una notte in prigione e sono agli arresti domiciliari solo perché la radio rappresenterebbe, secondo le autorità, una fonte di perturbazione per il traffico aereo. Le autorità avrebbero potuto risolvere la questione senza optare per una linea così dura", ha dichiarato Reporters sans frontières. RAM FM continua a diffondere i suoi programmi dalla sua redazione di Ramallah, in Cisgiordania. RAM FM è stata creata nel 2007 grazie all'impulso di un uomo d'affari sudafricano che desiderava favorire il dialogo tra israeliani e palestinesi. La stessa iniziativa era stata realizzata in Sud Africa per facilitare la riconciliazione nazionale dopo la fine del regime dell'Apartheid.
Il servizio segreto interno israeliano, lo Shin Bet, ha acconsentito alla richiesta di alcuni dei suoi dipendenti di poter pubblicare un blog, dando così vita a una sorta di campagna promozionale dell'organizzazione sul web. Quattro agenti, rigorosamente non "di prima linea", hanno così iniziato a raccontare le proprie vite da 007, molto più spesso simili a quelle di un normale impiegato ministeriale che a quella di James Bond. Gli agenti dello Shin Bet sono infatti solitamente coinvolti in operazioni di sorveglianza, interrogazioni e azioni armate contro militanti palestinesi in Israele, mentre i quattro blogger sembrano più che altro impegnati in mansioni tecniche da ufficio. Nonostante ciò, stanno molto attenti a salvaguardare il proprio anonimato, facendosi chiamare solo con l'iniziale del proprio nome e pubblicando una foto debitamente ritoccata. Così H racconta di essere un'ingegnere incaricata del controllo qualità, e di aver accettato quel posto perché le avrebbe permesso di avere più tempo da trascorrere in famiglia. "Però ci sono aspetti della mia professione che non posso raccontare approfonditamente nemmeno a mio marito - rivela - E quando a una festa di famiglia qualcuno mi ha chiesto che lavoro facevo si è creato un momento di grande imbarazzo". Poi c'è Y, 34 anni, appassionato di arti marziali: "Non si rimane mai al lavoro più del necessario. Mi capita raramente di essere a casa dopo le 18.30". Piuttosto deluso invece A, ingegnere programmatore: "Non mi hanno dato un lampeggiatore da mettere sul tettuccio della mia auto e spesso mi ritrovo fermo nel traffico come tutti". Poi aggiunge, non senza ironia: "Questo post si autodistruggerà fra 10 secondi". Chi avesse dimestichezza con la lingua ebraica può consultare i blog a questo indirizzo.
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