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Apprendiamo con sorpresa che nei prossimi giorni dovrebbe giungere in visita in Italia l’ex deputato di Hezbollah e attuale direttore generale dell’emittente televisiva di quel partito al – Manar (il faro) - Abdallah Kassir. I libanesi non possono viaggiare, essendo porto ed aeroporto ancora chiusi dai picchetti di Hezbollah. Lui invece può. L’auspicio è che la sua visita sia accompagnata dalla solidarietà degli operatori dell’informazione italiana con i giornalisti libanesi ed in particolare con le vittime dei tre clamorosi pestaggi del 7 maggio scorso e con i colleghi dei numerosi organi di stampa chiusi con la forza dai miliziani di Hezbollah, alcuni ancora oggi. Si tratta delle televisione al-Mustaqbal (il futuro) dei quotidiano al-Mustaqbal, al-Diwa’(la bandiera), as-Sharq (l’oriente), del settimanale As-Shiraa (la vela) e di Sivan, radio armena. Solo dopo tre giorni di silenzio l’emittente del dottor Kassir ha diramato uno stringato comunicato di disappunto per “l’accaduto”, e appare molto strano che nell’azione contro la televisione al- Mustaqbal, abbia partecipato personale esperto di apparati per la trasmissione televisiva. Invitiamo tutti i colleghi a sottoscrivere la solidarietà attraverso questo appello. Articolo21
La televisione libanese filogovernativa al-Mustaqbal (il Futuro) ha ripreso ieri le trasmissioni, dopo essere stata costretta venerdì scorso alla chiusura dai miliziani sciiti di Hezbollah e di Amal. Le prime immagini apparse al momento della riapertura sono state quelle della bandiera libanese e dei miliziani armati per le strade di Beirut, mentre sembra che l'audio non funzioni ancora. La tv, una radio ad essa legata e il quotidiano omonimo sono di proprietà di Saad Hariri, leader della maggioranza governativa libanese. Negli studi di al-Mustaqbal, situati nella zona est della capitale, è stato recentemente appiccato un incendio in cui è andata persa buona parte dell'archivio. La responsabilità del gesto è stata attribuita a Hezbollah e Amal.
A Beirut questa mattina la situazione sembrava tornata alla calma: la zona occidentale della città, teatro venerdì notte di una violenta battaglia tra hezbollah e i sunniti del partito governativo al-Mustaqbal, viene presidiata in forze dall'esercito, mentre dalle strade sono quasi scomparsi i miliziani sciiti che fino a venerdì pattugliavano delle aree occidentali. Ma in seguito sei persone sono state uccise e una ventina ferite (secondo fonti ospedaliere) quando miliziani sciiti hanno aperto il fuoco su un funerale di un sunnita ucciso venerdì. Inoltre l'emittente armena Radio Sevan è stata data alle fiamme.
Miliziani di Hezbollah hanno preso il controllo di diverse parti di Beirut, nel terzo giorno di scontri tra il gruppo sciita filo-iraniano e soldati dell'esercito libanese, che hanno causato decine di morti e feriti, nei peggiori scontri tra comunità dai tempi della guerra civile conclusasi nel 1990. Gli uomini di Hezbollah hanno costretto l'emittente televisiva Future News, vicina al governo e proprietà di Saad Hariri, un leader della coalizione di maggioranza, a sospendere le trasmissioni. Anche il quotidiano 'Al-Mustaqbal', sempre di proprietà di Hariri, è stato bloccato dai miliziani sciiti. Le violenze sono iniziate quando il governo ha messo fuorilegge il sistema militare di comunicazioni di Hezbollah, che per il leader del movimento sciita è stata una "dichiarazione di guerra". L´Unione cattolica internazionale della stampa in Libano (UCIP-Liban) ha condannato, in un comunicato, le aggressioni contro i giornalisti e i fotografi e ha espresso grande inquietudine nei confronti della copertura mediatica della crisi. Una situazione questa, aggiunge l´UCIP-Liban che sta portando velocemente a una campagna in cui le menzogne hanno la meglio.
"Ogni volta che in Libano facciamo dei progressi in direzione di un accordo tra opposizione e maggioranza, o anche quando non siamo in grado di raggiungerlo, ha luogo un omicidio in seguito al quale viene approvato un progetto di legge o una risoluzione non consensuale tra le parti". E' questa l'analisi di Leyla Mazboudi, direttrice della televisione libanese Al-Manar, l'organo di informazione di Hezbollah. In un'intervista all'AKI-ADN Kronos International a margine della sua partecipazione alla seconda Piattaforma Medlink che si è svolta a Roma, la Mazboudi ha spiegato che "dopo l'omicidio dell'ex premier libanese Rafiq al-Hariri (il 14 febbraio 2005, ndr) e la serie di omicidi che ha colpito prevalentemente esponenti della maggioranza, era pronta l'accusa contro la Siria. Ma in occasione dell'ultimo attentato contro François al-Hajj, vicino al generale Michel Aoun e all'opposizione, abbiamo notato che le forze della maggioranza sono rimaste in silenzio, senza sapere cosa dire, senza sapere contro chi rivolgere le loro accuse, come se stessero rivedendo i loro calcoli anche nei confronti degli omicidi precedenti". Secondo la Mazboudi, l'accusa a Hezbollah di essere uno strumento nelle mani dell'Iran e della Siria è "un modo soddisfacente" con cui le forze di maggioranza in Libano "rifiutano l'esistenza di divergenze interne tra i libanesi". Queste forze, ha aggiunto, "hanno deciso di gettarsi nel crogiuolo dell'America, che con lo slogan della lotta al terrorismo vuole isolare l'Iran e la Siria perché si oppongono all'occupazione israeliana". (Quanto al ruolo della donna nel partito di Hezbollah, la direttrice della televisione Al-Manar ha affermato che la sua posizione "è inferiore rispetto a quanto si merita per quel che fa. Noi donne siamo state impegnate, e continuamo a esserlo, nella difesa della nostra patria. Nel giro di 15 anni abbiamo vissuto tre guerre israeliane in Libano e la donna ha sempre dato il suo contributo in tutti gli ambiti. Ci sono organizzazioni femminili che lavorano nelle situazioni d'emergenza, che aiutano i profughi". Ancora, ha spiegato la Mazboudi, "la partecipazione della donna nelle istituzioni educative è molto importante e anche nella tv Al-Manar abbiamo delle registe, delle produttrici e delle presentatrici donne''. Inoltre, prosegue la rappresentante di Hezbollah, ''le nostre donne hanno partecipato anche alle ultime elezioni amministrative. Esiste poi il Consiglio Islamico Femminile, un'organizzazione interna a Hezbollah solo per donne che si occupa di migliorare la condizione femminile e di far conoscere le sue problematiche. Vi è poi una rappresentante donna nel Consiglio politico di Hezbollah". Inoltre, ha sottolineato, "si parla della possibilità di candidare delle donne di Hezbollah alle prossime elezioni parlamentari". In generale, quindi, "la situazione è in via di sviluppo. Noi come donne libanesi di Hezbollah teniamo a partecipare a tutti gli ambiti della politica e riscontriamo una buona disposizione da parte dei nostri leader religiosi e politici". Per quel che riguarda il modo di conciliare la libertà di stampa con l'informazione politica, la Mazboudi si è detta convinta che "tutti i media hanno una loro linea politica, non esistono mezzi di informazione assolutamente obiettivi. La nostra è quella del sostegno a tutte le forme di resistenza contro le occupazioni: quella israeliana in Libano e Palestina e quella americana in Iraq. Ci concentriamo quindi sulle notizie relative ai progetti americani nella regione e sui mezzi per opporvisi". La direttrice televisiva ha spiegato che Al-Manar "ha pagato il prezzo" di questa scelta, ad esempio "quando ci è stato impedito di coprire l'Europa attraverso i satelliti, in particolare il problema insorto con la Francia". In quell'occasione, ha ricordato, "ci accusavano di incitare il popolo palestinese all'Intifada. Noi rispondevamo loro che a spingerli era l'ingiustizia di cui erano vittime. Noi non inventiamo le notizie e i soprusi, ma li riferiamo, ci concentriamo su di essi, rispetto ai media occidentali che invece non vi prestano attenzione", ha concluso. Adnkronos Le rovine di Al Manar
Venticinque anni fa, tra il 16 ed il 18 settembre 1982, il popolo di Palestina ed il mondo intero, furono colpiti da un orrendo crimine: i sanguinosi massacri dei campi profughi di Sabra e Shatila a Beirut, in Libano.A Sabra e Shatila, abitavano migliaia di rifugiati palestinesi cacciati dalla Palestina nel 1948 durante l'occupazione Sionista delle loro case e delle loro terre. Furono circondati e rinchiusi durante l'aggressione Sionista e l'occupazione di Beirut. Noi ora leviamo le nostre voci in onore di quei nostri martiri che morirono lottando per la nostra libertà nei campi di Sabra e Shatila e per la loro continua dedizione per la giustizia e la libertà. Le forze Sioniste, sotto il comando di Ariel Sharon, prima ministro della difesa ed oggi primo ministro dello stato Sionista, hanno accerchiato i campi ormai svuotati dai combattenti della resistenza e abitati soprattutto da donne e bambini palestinesi e libanesi. A questo punto, Sharon ha ordinato l'entrata a Sabra e Shatila delle Forze libanesi, una milizia di falangisti di destra con stretti legami con gli occupanti Sionisti, e l'Esercito del Libano del Sud, l'esercito manovrato dell'entità Sionista in Libano. Per i due giorni che sono seguiti, aiutati dall'illuminazione dei razzi notturni e da altri appoggi dell'esercito Sionista che circondava i campi, queste milizie hanno torturato, stuprato ed assassinato migliaia di rifugiati palestinesi, con la piena approvazione ed appoggio degli invasori Sionisti. Il sangue di migliaia di rifugiati palestinesi dei campi di Sabra e Shatila è rimasto impresso sulle mani di Ariel Sharon, che continua tutt'oggi il suo brutale massacro di palestinesi. segue Quando una guerra è lontana si dimenticano le ragioni per cui è stata fatta: il casus belli dicevano i latini. Vi racconto il Libano visto un anno dopo il conflitto con Israele che ha portato il lutto in millequattrocento famiglie; ha occupato cinquemila letti d'ospedale di feriti; ha lasciato interi villaggi di gente senza casa; ha inquinato cento chilometri di costa mediterranea, ha distrutto ponti, strade, acquedotti, centrali elettriche, privando il paese delle infrastrutture necessarie alla sopravvivenza.Il mondo non ricorda i perché di quei 34 giorni di atrocità. Per gli analisti della geopolitica è già passato remoto, per quattro milioni di libanesi è ancora motivo di angoscia quotidiana. La guerra non è cominciata il 12 luglio 2007. Per capirlo bisogna infilarsi nei rancori atavici figli delle tante ingiustizie mediorientali.La guerra contro i bambini, è cominciata sabato 22 aprile 1979, giorno di Shabat per gli ebrei. L'esercito israeliano occupava in quel periodo il sud del Libano. Samir Kuntar, un druso libanese militante del Fronte per liberazione della Palestina, con tre compagni partì da Tiro su un gommone, approdò di notte nella città israeliana di Naharaya per compiere un gesto eclatante. Giuseppe Bonavolontà Articolo21 |
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